Schizofrenia, nuovi margini per la cura: le novità della ricerca

Schizofrenia, nuovi margini per la cura: le novità della ricerca
Photo by: Fredrik von Erichsen/picture-alliance/dpa/AP Images

Uno studio individua i fattori secondari da cui dipende almeno un terzo dei deficit cognitivi della schizofrenia.

Sono circa 300mila le persone affette da schizofrenia in Italia, con una prevalenza dello 0,6% della popolazione adulta. Oltre l’80% dei pazienti presenta un deficit cognitivo che incide in modo significativo sulla capacità di lavorare, mantenere relazioni sociali e gestire la vita quotidiana. 

La ricerca

Secondo uno studio dell’Università di Brescia – presentato a Praga al congresso della Società europea di psichiatria – non tutto il deficit cognitivo è espressione diretta della malattia.

“Almeno un terzo dei deficit cognitivi è riconducibile a fattori secondari ed è quindi in parte modificabile”, spiega Antonio Vita, presidente della Società italiana di psichiatria e direttore del dipartimento di Salute mentale dell’Università di Brescia che ha condotto lo studio. “È un aspetto cruciale – sottolinea il professor Vita – perché apre a margini concreti di intervento”.

Due livelli di deficit cognitivo 

Dalla ricerca dell’Università di Brescia emerge una distinzione decisiva, quella tra deficit cognitivo primario e secondario. Il primo riflette la componente neuroevolutiva intrinseca della schizofrenia e coinvolge diverse funzioni – dalla memoria all’attenzione, fino alle funzioni esecutive e alla cognizione sociale – spesso già prima dell’esordio della psicosi, con un andamento stabile nel tempo. 

Il deficit cognitivo secondario, invece, è determinato da fattori che possono peggiorare ulteriormente le prestazioni cognitive: carico di farmaci con effetti anticolinergici, antipsicotici di prima generazione e benzodiazepine, sindrome metabolica, disturbi del sonno, sedentarietà, uso di sostanze – in particolare la cannabis – e deprivazione sociale. 

“Distinguere queste due componenti è fondamentale nella pratica clinica”, prosegue Vita. “Se il deficit primario richiede interventi strutturati come la riabilitazione cognitiva e una gestione ottimizzata della terapia, quello secondario impone un lavoro sistematico di identificazione e riduzione dei fattori che lo determinano”. 

Un nuovo approccio per la schizofrenia

La nuova prospettiva estende la gestione della schizofrenia oltre il controllo dei sintomi psicotici, includendo la revisione delle terapie in funzione dell’impatto cognitivo, la gestione delle comorbidità metaboliche, la promozione dell’attività fisica, il trattamento dei disturbi del sonno, il contrasto all’uso di sostanze e programmi di inclusione sociale e lavorativa. 

Un approccio, quello che emerge dallo studio dell’università lombarda, che potrebbe tradursi in un miglioramento concreto della qualità della vita delle persone con schizofrenia.

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