Mentre sul fronte ufficiale tutto tace, tra ministero della Salute e Agenzia italiana del farmaco (Aifa) si continua a lavorare sulla revisione del prontuario. Dalla soluzione per classi terapeutiche, che ha procurato non pochi mal di testa a imprese e società scientifiche, sembra si sia passati, dopo l’intervento di Orazio Schillaci, a un approccio più mirato – chirurgico, potremmo dire – con rinegoziazione dei prezzi. Ma di che si tratta e come conciliare razionalizzazione della spesa con appropriatezza? LaSalute di LaPresse lo ha chiesto a Luca Pani, psichiatra, farmacologo e docente all’Università di Miami, già direttore generale dell’Aifa, alla guida da un mese della Fondazione Nordamericana chr riunisce gli Scienziati ed Esperti Italiani oltreoceano (ISSNAF).
Ebbene, tra la soluzione per classi terapeutiche e l’approccio più mirato “la contrapposizione è meno netta di quanto sembri. La revisione per classi ha il vantaggio della trasparenza e della coerenza sistemica, ma rischia di trattare come equivalenti farmaci che equivalenti non sono. L’approccio mirato, farmaco per farmaco, è più preciso ma più lento e più esposto alla pressione negoziale dei singoli attori”, precisa l’esperto evidenziando i due elementi fondamentali per “una revisione fatta bene: gradualità e dati“.
I veri costi dell’inappropriatezza e la sfida del nuovo prontuario
“La verità – dice Pani – è che servono entrambi: una cornice per classi che definisca le priorità, e una rinegoziazione puntuale, dove il valore terapeutico reale giustifica la scelta”. Appropriatezza contro sostenibilità? “Sono chiaro: è una falsa alternativa, e pericolosa. Un sistema appropriato è, nel medio periodo, anche il più sostenibile. Spendere bene non significa spendere meno oggi, ma evitare i costi, clinici ed economici, dell’inappropriatezza domani. Contrapporre i due termini serve solo a giustificare tagli lineari mascherati da razionalizzazione”, avverte Pani.
“La spesa farmaceutica non è fuori controllo”
Tra l’altro in questi mesi si è molto parlato di una “spesa farmaceutica fuori controllo”. Qual è la sua diagnosi? “È più fredda dei titoli. La spesa non è fuori controllo: è sotto pressione strutturale. Un Paese che invecchia – ragiona lo specialista – consuma più farmaci, e questo è fisiologico. Il problema non è la quantità assoluta, ma il fatto che il tetto della spesa farmaceutica sia rimasto fermo, mentre la demografia e l’innovazione correvano. Non abbiamo una spesa impazzita: abbiamo un’architettura di governance progettata per un Paese che non esiste più”, chiarisce Pani.
“L’innovazione va pagata per quello che produce non per quello che promette”
D’altra parte la sfida è di quelle impegnative: gestire l’ondata di innovazione senza far saltare il banco. Cosa si può fare? “Con strumenti che l’Italia in parte già conosce, ma potrebbe usare di più: accordi di rimborso condizionato all’esito reale, pagamenti dilazionati per le terapie ad altissimo costo come le geniche, registri di monitoraggio che misurino il valore nella pratica clinica e non solo nel trial. L’innovazione va pagata per quello che produce, non per quello che promette”, spiega l’ex numero uno di Aifa.
Per la revisione del prontuario due ingredienti fondamentali
D’altra parte la revisione del prontuario s’ha da fare, per (mal) citare i ‘Promessi sposi’. Come procedere? “Servono gradualità e dati. Una revisione fatta bene parte dalle evidenze di reale beneficio, coinvolge clinici e pazienti, e separa ciò che è davvero innovativo da ciò che è soltanto nuovo. Il prontuario non è un elenco di prezzi: è una dichiarazione di priorità di un Paese. Va trattato con la serietà che merita”, conclude Luca Pani.


