Quando parliamo di salute e farmaci, forse ‘quanto costa’ non è la prima domanda da farsi. Piuttosto, faremmo bene a capire quale sarebbe il prezzo da pagare – per l’Italia, ma anche per l’Europa – se non ci facessimo trovare pronti di fronte alla sfida della Most favored nation (Mfn) in un’epoca di permacrisi. Lo spettro è l’irrilevanza, in un settore in cui meno ricerca equivale a meno farmaci innovativi e, dunque, meno cure avanzate. Se ne è parlato a Roma, all’incontro su ‘Il sistema delle life science nel nuovo scenario globale’, promosso da Healthcare Policy e Formiche.
Il nuovo allarme per il mondo dei farmaci
Dopo la fibrillazione dei dazi e l’emergenza dei conflitti, a preoccupare il settore è la politica commerciale, fortemente voluta da Donald Trump, che impone alle aziende farmaceutiche di vendere negli Usa al prezzo più basso praticato in un panel di Paesi di riferimento (tra cui l’Italia).
Al centro dell’incontro romano, c’è proprio la capacità del nostro Paese – e del Vecchio Continente – di continuare ad attrarre investimenti, far avanzare la ricerca clinica e garantire un accesso tempestivo all’innovazione. Il tutto preservando la sostenibilità del sistema sanitario, costretto a pagare il prezzo di conflitti, dazi e costi delle materie prime.
Di questi temi si parla anche nel volume ‘Il sistema delle life science nel nuovo scenario globale’, promosso da Healthcare Policy e Formiche con il contributo non condizionante di Angelini Pharma e Bristol Myers Squibb. Un “pamphlet che – come ha spiegato Ilaria Donatio, direttrice di ‘Healthcare Policy’ – affronta il tema del farmaco non più soltanto come voce di spesa, ma come infrastruttura strategica per la salute pubblica, la competitività industriale e la sicurezza economica del Paese”.
Mfn tra prezzi dei farmaci e geopolitica
“La questione posta dalla Mfn va oltre il dibattito sui prezzi dei farmaci: richiama una domanda più generale sul ruolo che Europa e Italia intendono giocare nella nuova fase della globalizzazione”, ha sottolineato nel volume Carlo Altomonte, professore di Economics presso l’Università Bocconi. “La competitività non si costruisce comprimendo i margini dell’innovazione, ma creando condizioni favorevoli all’investimento”. Per Cesare Pozzi, professore di Economia industriale presso l’Università Luiss Guido Carli, d’altra parte, “esiste una grande opportunità per il nostro Paese di rafforzare la propria posizione competitiva in una fase delle attività di ricerca e innovazione delle imprese farmaceutiche che sta diventando sempre più importante”.
La ricerca sotto i riflettori
“In Italia – ha evidenziato Francesco Cognetti, presidente Federazione degli oncologi, cardiologi e ematologi (Foce) e coordinatore Forum delle Società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani (Fossc) – abbiamo 1.100 studi clinici attivi, 450 in meno della Spagna. La Most favored nation non pone solo un tema di prezzi. In gioco c’è la capacità del nostro Paese di restare attrattivo nella ricerca clinica, accelerare i trial e garantire ai pazienti un accesso precoce all’innovazione. Salvaguardare questo ecosistema significa difendere la competitività del Paese e la qualità delle cure”.
Perché in effetti il nostro Paese, locomotiva della farmaceutica, sulla ricerca rischia di pagare pegno. “Il divario tra Ue e Stati Uniti è passato da 2 a 25 miliardi di euro in vent’anni. I pazienti europei attendono in media 597 giorni per accedere alle terapie innovative, 441 in Italia”, ha ricordato Roberto Scrivo, Chief External Affairs, Communications & Sustainability Officer di Angelini Pharma.
“Dobbiamo ridurre tutta una serie di lacci e lacciuoli burocratici. E in questo può venirci in aiuto l’intelligenza artificiale (AI) insieme all’HTA”, ha affermato Francesco Saverio Mennini, capo Dipartimento della programmazione del ministero della Salute.
Meno burocrazia e payback
Cosa altro fare? “Per continuare a garantire un accesso tempestivo ed equo alle cure più avanzate, è necessario innanzitutto rafforzare gli investimenti in innovazione farmaceutica e superare il meccanismo del payback. Occorre poi un sistema più integrato e snello, che riduca frammentazioni e barriere procedurali e consenta di riconoscere appieno il valore delle nuove terapie”, ha sottolineato Regina Vasiliou, Vice President e General Manager di Bristol Myers Squibb Italia. “Il payback? Stiamo cercando di ridurlo pian piano”, ha chiarito Francesco Saverio Mennini. “Non si può eliminare, siamo arrivati a circa il 18%, ma si può ridurre e questo è un lavoro importante che si potrà fare. Occorre anche accelerare l’introduzione di farmaci innovativi, e lo dico anche pensando al costante avanzo del Fondo per gli innovativi”.
Insomma, “sul Mfn come ministero della Salute non ci siamo fatti trovare impreparati. E, anzi, abbiamo subito analizzare le problematiche. Ora inizieranno le interlocuzioni con il settore industriale e gli altri ministeri per trovare le soluzioni migliori da mettere in campo. Anche in Europa – ha detto Mennini – si hanno alcune idee su come affrontare questa problematica; la nostra idea è quella di trovare soluzioni concrete per garantire lo sviluppo del settore e l’accesso a terapie innovative ed efficaci su tutto il territorio”.
Un’opportunità di rilancio per l’Italia e per l’Europa
Insomma, la sfida Mfn presenta anche importanti opportunità. “Le life science sono ormai uno dei luoghi in cui si misura la capacità di un Paese di stare dentro le grandi trasformazioni del nostro tempo”, ha sottolineato la direttrice di Healthcare Policy. “La Mfn è un segnale politico e industriale che l’Europa e l’Italia non possono permettersi di leggere solo come una questione temporanea o un tema di pricing farmaceutico”. La competizione globale si sta facendo più dura. In palio c’è il futuro della ricerca, degli investimenti nelle scienze della vita e dell’accesso alle cure innovative. Non poco, in effetti.


