Per quasi un italiano su due il diritto alla salute non è pienamente soddisfatto. Il dato, che fotografa lo stato d’animo della cittadinanza nei confronti del Servizio sanitario nazionale, emerge dall’indagine condotta da Euromedia Research su 1.000 cittadini italiani.
Le liste d’attesa
Per il 58% degli intervistati, il problema principale risiede nella lungaggine delle liste d’attesa, percepita come una barriera concreta all’esercizio di un diritto costituzionale. “Il governo ha deciso di non ignorare l’annoso problema delle liste d’attesa e di affrontarlo con una legge organica che introduce regole chiare e strumenti di controllo”, dice il ministro della Salute Orazio Schillaci introducendo l’ottava edizione di ‘Investing for life health summit’.
L’evento – organizzato da Msd Italia – ha riunito al Maxxi di Roma esponenti delle istituzioni e stakeholder per un confronto sui temi caldi della sanità e del settore farmaceutico. “È però necessario il contributo fattivo delle Regioni per l’attuazione della legge”, continua il ministro.
Dall’indagine emerge anche la percezione di un sistema sanitario diseguale. Per il 37% del campione un ruolo più incisivo dello Stato potrebbe contribuire a raggiungere standard uniformi e a ridurre le diseguaglianze regionali.

Prevenzione come investimento
“Crediamo nella prevenzione come investimento. Con la Manovra abbiamo esteso le fasce d’età per l’accesso gratuito ad alcuni screening oncologici”, ricorda Schillaci. “Il Ssn è un orgoglio per la nazione e non una mera voce di spesa, la più grande infrastruttura pubblica che vogliamo modernizzare per soddisfare i bisogni dei più fragili e degli indigenti”.
Parole che trovano riscontro nei numeri dell’ultima legge di bilancio. Al rafforzamento della prevenzione l’esecutivo ha infatti dedicato, per il 2026, risorse aggiuntive per 485 milioni di euro. La quota prevenzione del Fondo sanitario nazionale passa così dal 5% al 5,2% in modo strutturale.
Per Nicoletta Luppi, presidente e amministratrice delegata di Msd Italia, “si tratta di un vero e proprio cambiamento culturale: si riconosce che la prevenzione non è un costo, ma un investimento strategico per la salute pubblica e la sostenibilità del sistema”.

I numeri di Msd Italia
E a proposito di investimenti, quelli di Msd in Italia dal 2019 al 2023 hanno generato direttamente 916 posti di lavoro e 9.140 complessivi considerando l’indotto. Il contributo al Pil, tra investimenti diretti e indiretti, è stato di 1,28 miliardi di euro.
“Noi cerchiamo di anticipare l’evoluzione scientifica, traducendola in opportunità terapeutiche concrete laddove ci sono bisogni di salute non ancora soddisfatti”, spiega Luppi. L’impegno di Msd nella ricerca ha portato alo sviluppo di 30 molecole in fase 3 e circa 50 in fase 2 in diverse aree terapeutiche, tra cui oncologia, vaccini, immunologia e malattie rare.
Il pharma nel 2025
“L’industria farmaceutica in Italia conferma il proprio ruolo centrale nel sistema produttivo”, sottolinea il presidente di Farmindustria Marcello Cattani. E i numeri gli danno ragione: nel 2025 l’export del comparto è cresciuto del 28,5% rispetto all’anno precedente, per un valore complessivo di 69,2 miliardi di euro. Una performance nettamente superiore alla media del manifatturiero nazionale, il cui export cresce solo del 3,2%.
Il payback farmaceutico
Nonostante i risultati, che fanno della farmaceutica uno dei settori trainanti della nostra economia, permangono molti ostacoli alla crescita e alla capacità del settore di attrarre investimenti. “Affinché l’Italia resti competitiva dobbiamo eliminare il payback farmaceutico, un dazio aggiuntivo per le aziende che fanno ricerca”, ribadisce Luppi.
Una posizione pienamente condivisa da Cattani. “Dobbiamo partire dal payback, che riduce la competitività delle nostre imprese. E poi manca ancora un percorso di early access ai farmaci. Non è vero che la spesa farmaceutica è fuori controllo. È il finanziamento che non è commisurato ai fabbisogni”, rimarca il numero uno di Farmindustria.
Al vaglio soluzioni alternative
“Il ministero della Salute sta lavorando col Mef per studiare soluzioni alternative al payback. È uno strumento anomalo che ha fallito nel contenere la spesa e renderla più efficiente”, chiarisce Francesco Saverio Mennini, capo del dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Ssn.
“Stiamo lavorando per alzare gradualmente il tetto della spesa farmaceutica. Il tetto viene superato perché non è adeguato ai reali fabbisogni”, dice Mennini tornando sul punto di vista di Cattani. Non solo. “Puntiamo ad abolire il payback, quando i vincoli di finanza pubblica ce lo consentiranno”.
Anche per Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, ormai “il payback va rivisto: non deve diventare uno strumento punitivo nei confronti dell’industria farmaceutica”.

