Gli studenti della scuola media Giovanni Verga di Roma sono rientrati in classe dopo che il loro compagno tredicenne ha ferito con tre coltellate la professoressa Isabella Marsilio, trasmettendo in diretta su Telegram il video dell’aggressione. “Con i social un atto violento può essere rappresentato e diventare un elemento legato alla propria immagine”, spiega a LaSalute di LaPresse Federico Tonioni, psichiatra e direttore del Centro per le psicopatologie da web della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs di Roma.
Le nuove forme di assenza genitoriale
Ma per l’esperto ricondurre ogni colpa ai ragazzini e alle influenze esercitate dal web rappresenta una visione parziale. “Ciò che accade nei giovani è figlio del comportamento degli adulti e delle nuove forme di assenza genitoriale: oggi ci facciamo sostituire da qualsiasi device digitale, basta andare in un ristorante per rendersene conto”, sottolinea Tonioni.
“In Francia ho visto un papà che aveva montato sul passeggino del figlio un supporto per lo smartphone”, racconta il direttore del Centro per le psicopatologie da web. “In un’epoca in cui si punta a vietare i sociali ai ragazzini, misura per me inutile, dovremmo in maniera concomitante usare pochissimo il cellulare davanti ai bambini in casa”.
La rabbia degli adolescenti esacerbata dal digitale
“La rabbia di questi tempi è esacerbata perché, quando i corpi sono distanti, viene meno il contenimento dei nostri istinti”, spiega lo psichiatra. “Se litighiamo al telefono, ad esempio, lo facciamo in maniera più violenta rispetto a un confronto dal vivo. E con i social avviene la stessa cosa”. Da qui l’incremento della violenza agita. Ma non solo.
“Il punto fondamentale è come si gestisce la rabbia fin da quando siamo piccoli: nessun bambino nasce violento”, dice ancora Tonioni. “Quando diamo una regola a un figlio, non dobbiamo mai darla per vincere su di lui”, suggerisce. “Tutte le volte che lo riduciamo all’obbedienza, il bambino accumula rabbia. Ubbidire serve a poco. I limiti vanno posti all’interno di trattative simmetriche, dove un figlio può barare e mentire, esattamente come facciamo noi adulti nelle trattative con i bambini”.
E la rabbia più pericolosa è proprio “quella che non si vede, quella dei bambini che si sentono annullati e diventano buoni, quasi saggi e razionali”, avverte. E poi ci sono le colpe dei social, che garantiscono visibilità, amplificando la portata di un atto violento.
La vergogna esposta online
“Se ai nostri tempi la brutta figura peggiore poteva avvenire di fronte a tutta la classe, oggi un atto di bullismo messo in rete favorisce in maniera drammatica il passaggio da un’esperienza di esclusione a una vera e propria esperienza persecutoria”, evidenzia Tonioni. E se prima il ragazzo bullizzato poteva cambiare scuola o perfino città, “oggi si sentirebbe comunque riconosciuto da chi lo guarda, perché è finito sui social”.
Il fantasma dell’esposizione
La visibilità, dunque, costringe gli adolescenti a temere il fantasma dell’esposizione. “L’esperienza di vergogna, che rappresenta un breakdown per l’identità degli adolescenti, è direttamente proporzionale nella sua violenza al numero di persone che vi assistono”, ribadisce l’esperto. “Internet ha amplificato il pericolo e l’intensità della vergogna, perché è una visibilità che neanche si può contare”.
La costruzione dell’identità nell’epoca dei social
Ma con Internet cambia anche il luogo dove si costruisce la nostra identità. “Prima la costruzione dell’io ideale avveniva nella nostra immaginazione, con il sogno ad occhi aperti: ci immaginavamo romanzati, più belli e più forti della realtà, ma nella nostra mente ci siamo noi e nessun altro”, continua Tonioni.
Oggi invece c’è un passaggio in più: “Quella costruzione ideale finisce nel profilo social e a quel punto non si può più recedere. Una volta che l’immagine ideale che ci siamo costruiti finisce online, ce ne dobbiamo assumere la responsabilità”. La conseguenza è “un incremento della violenza agita, perché se mi sono mostrato violento con una persona e poi la incontro da vivo, tutti si aspettano che io ci faccia a botte”.
Lo psicologo nelle scuole come spazio sicuro
Lo psicologo nelle scuole potrebbe rappresentare uno strumento prezioso per intercettare i segnali di possibili atti violenti? “Sarebbe fondamentale, perché i ragazzi hanno un grande bisogno di parlare e un’enorme consapevolezza dei loro disagi, quando questi si presentano. E una capacità accresciuta rispetto alla mia generazione di descrivere i loro stati d’animo, e questo grazie ai social. C’è stata un’evoluzione formidabile nella cognitività dei ragazzi, che oggi sono molto più maturi e inclusivi”.
Lo psicologo nelle scuole, dunque, “sarebbe una benedizione, a patto che non diventi un alleato di genitori e professori, ma uno spazio sicuro per i ragazzi. Possiamo dire che oggi sono più violenti, e che hanno contatti sessuali precoci – conclude Tonioni – ma io mi emoziono ogni volta che li sento parlare di amore. Sono molto più intensi e seri di quanto non fossimo noi. L’intimità e il pudore viaggiano su altri circuiti rispetto ai social e sono sentimenti assolutamente conservati negli adolescenti di oggi”.

