Donald Trump ancora contro Giorgia Meloni, lo psicologo e l’effetto meme

Donald Trump ancora contro Giorgia Meloni, lo psicologo e l’effetto meme
Trump e Meloni al G7 (Evelyn Hockstein/Pool Photo via AP, File)

Il doppio vincolo comunicativo del meme di Donald Trump nell’analisi dello psicologo Lazzari

Ci risiamo: il presidente Usa Donald Trump torna ad attaccare via social la premier italiana Giorgia Meloni. Dal punto di vista psicologico, quello adottato da Trump a suon di meme “è un meccanismo molto noto: la provocazione non cerca solo di offendere, ma di far perdere all’altro la posizione adulta e istituzionale. Se Meloni risponde sullo stesso piano, amplifica il gioco; se tace, rischia di apparire passiva. È un doppio vincolo comunicativo. Per questo la scelta di non reagire può essere letta non come debolezza, ma come tentativo di mantenere il controllo della scena e riportare il conflitto sul piano politico-istituzionale”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è David Lazzari, presidente dell’Osservatorio Benessere Psicologico e Salute Benèpsys.

Un nuovo attacco a freddo, dopo quello scatenato dopo il G7 di Evian, forse inatteso dopo le celebrazioni del 4 luglio ma non meno clamoroso, che rischia di “modellare un clima pubblico”. Perché il punto qui, come chiarisce lo psicologo, non è fare una diagnosi psicologica di Donald Trump.

“Sarebbe scorretto e professionalmente improprio. Il punto è osservare il comportamento comunicativo: un capo di Stato che, alla vigilia di un vertice internazionale delicato, usa un meme per ridicolizzare pubblicamente un’alleata”, puntualizza lo specialista.

“Qui siamo davanti a una forma di comunicazione aggressiva e regressiva: non si discute il merito dei dossier, ma si sposta il conflitto sul terreno dell’umiliazione personale. Il meme serve a produrre viralità, a imporre una cornice interpretativa e a costringere l’altro a reagire dentro quella cornice”, riflette Lazzari.

L’attacco di Trump e le sfumature sessiste

C’è poi un elemento ulteriore da considerarte: “L’attacco usa un codice con sfumature sessiste. Presentare una donna leader come una figura insistente, adorante o quasi molesta nei confronti di un uomo potente, significa ridurla simbolicamente dal piano della leadership al piano dello stereotipo relazionale. È un modo per abbassarne l’autorevolezza non contestandone le idee, ma ridicolizzandone la postura personale”, chiarisce Lazzari.

Per lo psicologo il dato più preoccupante non è solo l’offesa. “È la normalizzazione di un linguaggio politico in cui il potere si esprime attraverso la derisione, la svalutazione e la messa in scena del dominio. Quando questo avviene tra leader internazionali, il problema non riguarda soltanto i rapporti personali: riguarda la qualità psicologica e simbolica dello spazio pubblico”.

La vera questione psicologica è che “questi comportamenti non restano privati: modellano il clima pubblico. Se chi ha più potere usa la derisione come linguaggio, legittima una cultura politica meno regolata, meno rispettosa e più aggressiva“, chiarisce lo psicologo.

Il baiting

“Il meccanismo è il baiting: provocare l’altro per trascinarlo nel proprio registro. La vittima viene spinta a difendersi, e così finisce per restare dentro la cornice imposta dall’aggressore. Il problema non è solo il fatto che la politica internazionale venga trascinata nel registro emotivo dei social: derisione, viralità, dominio, reazione immediata”. Ma l’impatto più generale di questo approccio clamoroso che sembra costringere all’interno di un registro comunicativo che è quanto di più distante dalla diplomazia.

Sfilarsi può essere una risposta efficace? “La scelta di non reagire può essere letta non come debolezza, ma come tentativo di mantenere il controllo della scena e riportare il conflitto sul piano politico-istituzionale”, ribadisce Lazzari.

Donald Trump ancora contro Giorgia Meloni, lo psicologo e l’effetto meme
Il meme pubblicato da Donald Trump su Truth
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