Non è mai troppo tardi per decidere di mettersi in movimento. Dalla malattia di Parkinson al rischio di demenza, fino al microbiota intestinale: le più recenti ricerche di Giovanni Fiorilli dell’Università degli Studi del Molise mostrano come l’attività fisica possa influenzare non solo muscoli e resistenza, o rapporto fra massa grassa e magra, ma anche cervello, funzioni cognitive, microbiota e salute generale. Un messaggio che acquista un significato particolare anche per le persone che convivono con il lipedema, dove l’esercizio fisico sistematico e continuativo rappresenta uno degli strumenti fondamentali di gestione della patologia.
Il potere del movimento
Il movimento infatti “produce effetti che vanno ben oltre il semplice miglioramento della forma. L’attività fisica influenza il metabolismo, il sistema nervoso, la qualità della vita e persino alcuni meccanismi biologici associati all’invecchiamento e alle malattie croniche. Oggi sappiamo che un programma di esercizio costruito correttamente può diventare parte integrante di un percorso di salute”, dice lo specialista a LaPresse, in occasione di Lipedema Experience, la due giorni organizzata di recente alla Fiera di Roma.
La metodica che abbina esercizio a stimolazione muscolare
Fiorilli analizza, in particolare, una metodologia che associa il movimento a una stimolazione muscolare controllata (WB-EMS). “In pratica, questo consente di attivare contemporaneamente numerosi gruppi muscolari durante l’allenamento, ottimizzando il lavoro svolto. Uno dei suoi punti di forza, richiedendo un tempo così limitato, è la capacità di favorire l’aderenza al programma di esercizio: quando le persone riescono a seguire con continuità il percorso, i risultati arrivano e sono validati da test appropriati. Nel caso del Parkinson i risultati sono stati particolarmente interessanti. Abbiamo visto miglioramenti nella forza, nell’equilibrio, nella capacità di cammino e nella percezione della fatica”, assicura lo specialista.
L’aspetto “forse più rilevante e sorprendente riguarda le modificazioni osservate a livello di marcatori biologici associati alla salute del sistema nervoso. In particolare, è stato riscontrato un incremento dei livelli di BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor), un neurotrofina chiave coinvolta nei processi di neuroplasticità, sopravvivenza neuronale e funzione cognitiva. Parallelamente, si è evidenziata una riduzione di biomarcatori correlati ai processi neurodegenerativi e alla progressione della malattia”.

Neuroprotezione e prevenzione
Per Fiorilli “questi risultati suggeriscono che l’esercizio fisico non agisce esclusivamente sul piano della performance motoria, ma esercita effetti sistemici con potenziali implicazioni neuroprotettive. Le evidenze scientifiche mostrano che l’attività fisica può favorire processi di neuroplasticità, migliorare la funzione cognitiva e rallentare il declino funzionale associato all’invecchiamento e alle malattie neurodegenerative. Per questo motivo oggi l’esercizio fisico è considerato non solo uno strumento di prevenzione, ma anche un importante supporto terapeutico nella gestione di tali condizioni”.
Un altro suo studio si è concentrato sul rischio di declino cognitivo e demenza negli anziani. “I risultati dello studio hanno evidenziato che la combinazione di esercizio aerobico e WB-EMS determina benefici superiori rispetto al solo esercizio aerobico in diversi parametri della performance fisica, tra cui equilibrio, resistenza e capacità funzionale. Particolarmente rilevanti sono stati i miglioramenti osservati nelle funzioni cognitive, con incrementi significativi della memoria a breve termine e dell’attenzione selettiva”.
“Questi risultati rafforzano l’ipotesi che un programma di allenamento adeguatamente strutturato non agisca esclusivamente sul sistema muscolo-scheletrico, ma possa favorire anche il mantenimento e il potenziamento delle funzioni cognitive, contribuendo a contrastare i processi di declino associati all’invecchiamento”.
Movimento e microbiota
Non solo. “L’attività fisica è in grado di modulare l’ambiente biologico dell’organismo ben oltre gli adattamenti muscolari e cardiovascolari. In un nostro studio condotto su soggetti anziani, abbiamo osservato che gli individui fisicamente attivi presentavano una maggiore diversità del microbiota intestinale rispetto ai coetanei sedentari, una caratteristica generalmente associata a uno stato di salute più favorevole”.
“In particolare, l’esercizio fisico sembra promuovere la presenza e l’abbondanza di specie batteriche correlate a una migliore regolazione metabolica, a una riduzione dello stato infiammatorio cronico di basso grado e al mantenimento dell’integrità della barriera intestinale. Queste evidenze suggeriscono che il movimento possa contribuire a preservare l’equilibrio dell’ecosistema microbico intestinale, contrastando alcuni dei cambiamenti biologici tipicamente associati all’invecchiamento”, conclude Fiorilli.

