Il volto e il corpo tumefatti, a riprova di un crescendo di violenza a Bordighera, nella notte tra l’8 e il 9 febbraio scorsi. Commuove la vicenda della piccola Beatrice, morta a soli due anni per i colpi che le sarebbero stati inferti da madre e compagno, accusati di maltrattamenti aggravati dalla morte. “Negli spazi della genitorialità e dell’infanzia si annidano molti orchi”, commenta a LaSalute di LaPresse Claudio Mencacci, psichiatra e presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia.
Il pensiero di Mencacci, adesso, va alle sorelline testimoni delle violenze. “Sono le altre vittime di questa storia orrenda. Le loro ferite potranno essere lenite, ma non si rimargineranno mai del tutto”, sottolinea il presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia parlando con LaSalute di LaPresse.
Bordighera, per le sorelline “ferite indelebili”
Chi assiste in prima persona ad abusi e maltrattamenti “porta con sé segni profondi e spesso indelebili”, riconosce Mencacci. Ma di che tipo? “Potrebbero avere difficoltà a costruire relazioni fondate sulla fiducia, manifestare ritardi nello sviluppo, così come importanti regressioni comportamentali nei momenti di maggiore stress”. Perché il mondo delle due bambine, di nove e sei anni, “è stato minato nella sua parte più delicata: la fiducia nella figura materna”.
La storia della madre
Adesso, secondo lo psichiatra, sarà importante esplorare la storia personale della madre, Emanuela Aiello, “per verificare se a sua volta abbia subito violenze. Purtroppo spesso chi è stato vittima di abusi perpetua gli stessi comportamenti, in una catena che a volte non si spezza mai”.
La relazione col compagno
Allo stesso modo andrà indagata la natura della sua relazione col compagno Manuel Iannuzzi, per capire “se era sottoposta a un controllo coercitivo, se era stata manipolata o se, ad esempio, aveva sviluppato una forma di dipendenza economica o affettiva”, dice lo psichiatra passando in rassegna alcuni possibili scenari.
L’unico dato certo è l’inaudita violenza perpetrata ai danni di una bimba indifesa. “I casi di maltrattamento infantile, purtroppo, sono numerosi e molti restano sommersi”, ricorda Mencacci. “Nel nostro Paese le vittime minorenni superano le 100mila unità”, aggiunge.
“Tenere alta l’attenzione sociale”
È per questo che, secondo lo specialista, “dovremmo costruire una rete di vicinanza e solidarietà attorno ai servizi incaricati di proteggere l’infanzia, piuttosto che considerarli solo come degli intrusi. E avere antenne molto più sensibili nei pronto soccorso, per esempio. Quando un bambino viene portato ripetutamente in ospedale con spiegazioni poco convincenti, bisogna porsi delle domande e approfondire”.
L’attenzione sociale, in definitiva, “deve essere più alta. Domandiamoci cosa c’è dietro la porta di casa – conclude – Siamo diventati tutti molto individualisti e invece dovremmo stare più attenti ai fragili in mezzo a noi”.

