Shigella, cos’è il batterio che ha colpito i due cooperanti italiani

Shigella, cos’è il batterio che ha colpito i due cooperanti italiani
Leonie Asendorpf/picture-alliance/dpa/AP Images

Come si trasmette, sintomi e diffusione in Europa: tutto su Shigella, il batterio che ha colpito i due cooperanti italiani rientrati dall’Uganda

Pensavamo fosse Ebola, invece era Shigella. L’Italia intera tira un sospiro di sollievo: i due cooperanti rientrati dall’Uganda sono risultati negativi a Bundibugyo. Gli esami hanno invece accertato la positività alla Shigella, il batterio che provoca la shigellosi. “Si tratta di una grave infezione batterica intestinale che rappresenta una delle cause più comuni di dissenteria”, spiega a LaSalute di LaPresse Roberto Cauda, docente di Malattie infettive all’Università Campus Bio-Medico di Roma. 

La trasmissione della Shigella 

La trasmissione avviene perlopiù per via oro-fecale, favorita da “una scarsa igiene delle mani e dal consumo di acqua o alimenti contaminati, soprattutto verdure consumate crude o cibi preparati senza adeguate precauzioni igieniche”, chiarisce l’esperto. 

I sintomi 

Ciò che differenzia la shigellosi da altre infezioni intestinali come la salmonella, “è probabilmente la maggiore gravità dei sintomi”, precisa Cauda. Dopo uno-tre giorni dal contatto con la Shigella, infatti, “si sviluppa una importante diarrea acquosa con presenza di sangue, muco e pus, accompagnata da dolori addominali, febbre alta, nausea, vomito e tenesmo, cioè lo stimolo continuo di defecare senza riuscire a espellere nulla”, aggiunge Cauda. 

La Shigella dysenteriae, nei casi più gravi, “può evolvere in una sindrome emolitico-uremica con coinvolgimento di sangue e reni. Nelle forme più comuni, soprattutto nei bambini piccoli e negli anziani, la gravità è legata soprattutto a un importante rischio di disidratazione”.

La diffusione del batterio in Europa

I cooperanti hanno contratto l’infezione in Uganda, ma anche in Europa si registra un numero crescente di focolai di shigellosi. Tant’è vero che l’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, “ha segnalato un aumento dei casi dal 2023 a oggi sia in Europa che negli Stati Uniti, con sette cluster geneticamente correlati e 2.300 casi”, osserva Cauda. 

L’antibiotico-resistenza 

A destare preoccupazione è in particolare la crescente resistenza da parte di alcuni ceppi del batterio agli antibiotici, “non solo alle cefalosporine di terza generazione, ma anche ai fluorochinoloni e alla azitromicina”. Insomma, non è un’infezione banale. “Ma neanche così frequente”, dice in conclusione il professor Cauda. “Basta prestare attenzione alle norme di igiene personale e degli alimenti, per riuscire a prevenirla e contenerla effiacemente”.

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