Pelle e salute, occhio alle App e alle trappole di social e ‘Dottor AI’

Pelle e salute, occhio alle App e alle trappole di social e ‘Dottor AI’
(AP Photo/Claire Savage, File)

Fino a otto pazienti su dieci cercano online informazioni sulla propria pelle prima di consultare un dermatologo.

Dite la verità: avete mai digitato online un problema della pelle? Ebbene, non sareste i soli. Fino a otto pazienti su dieci cercano online informazioni in merito prima di consultare un dermatologo. Risultato? Complici i social e l’AI le diagnosi fai-da-te e i trattamenti non appropriati di moltiplicano. Il tutto mentre i filtri digitali sui social alimentano la corsa ai filler senza motivo e la ‘social media dysmorphia’. A lanciare l’allarme sono gli esperti riuniti a Rimini al 99° Congresso nazionale SIDeMaST (Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse), che analizzano tutte le insidie digitali per la nostra pelle.

Dai consigli degli influencer alle applicazioni basate sull’intelligenza artificiale, le malattie della pelle sembrano non avere più segreti. Il tutto mentre i ‘trucchi’ digitali – più del make-up – stanno modificando il modo in cui molte persone percepiscono la propria pelle. “La dermatologia è una delle specialità più esposte all’impatto dei social media, perché la pelle è visibile, fotografabile e facilmente condivisibile online. Sempre più spesso i pazienti arrivano alla visita dermatologica dopo aver cercato soluzioni su Internet o sui social, frequentemente seguendo indicazioni non supportate da evidenze scientifiche”, testimonia Maria Concetta Fargnoli, ordinaria di Dermatologia e Venereologia e direttore scientifico dell’Istituto Dermatologico San Gallicano Irccs di Roma, nonché presidente del Congresso.

Dai social alla realtà: questione di pelle

Ma non è tutto. “La crescente esposizione a immagini filtrate o digitalmente modificate può influenzare profondamente la percezione che le persone hanno della propria pelle. In ambulatorio vediamo sempre più spesso pazienti che confrontano il proprio aspetto con immagini idealizzate diffuse sui social media, sviluppando aspettative difficili da raggiungere nella realtà”, afferma Roberta Giuffrida, dermatologa e ricercatrice presso il Policlinico Universitario Gaetano Martino di Messina e membro del Consiglio Direttivo della SIDeMaST.

Gli eredi del dottor Google

Un tempo era il dottor Google, oggi si surfa sui social. In ogni caso si finisce spesso con trattamenti fai-da-te o routine di skincare suggerite magari in buona fede sulla base di esperienze personali e, soprattutto, prive di una valutazione medica preventiva.

C’è poi un altro pericolo: a differenza dei motori di ricerca tradizionali, che rimandano più spesso a fonti istituzionali o mediche, sulle piattaforme social è più facile imbattersi in contenuti prodotti da utenti non esperti. Studi recenti evidenziano che una quota significativa dei contenuti dermatologici più visualizzati non è realizzata da specialisti e presenta livelli di affidabilità scientifica non proprio all’altezza.

Pelle e social, il messaggio per medici e pazienti

“Per questo è importante che il dermatologo chieda al paziente se ha cercato informazioni online. È un modo per comprendere meglio le aspettative, intercettare eventuali errori e correggere trattamenti impropri o consigli privi di basi scientifiche”, raccomanda Fargnoli. “Nella pratica clinica capita sempre più spesso che i pazienti arrivino alla visita con routine di skincare o trattamenti suggeriti sui social media. Il compito del dermatologo è valutare queste informazioni in modo critico, spiegando quali indicazioni siano realmente utili e quali, invece, possano essere inefficaci o addirittura dannose per la salute della pelle”, aggiunge Giuffrida.

Filtri e bellezza digitale, che cos’è la social media dysmorphia

Ma veniamo alle aspettative dopate dai social. Nel mirino degli specialisti filtri fotografici, editing digitale e immagini iper curate:  contribuiscono a diffondere rappresentazioni idealizzate e irrealistiche, caratterizzate da una pelle perfetta, uniforme e apparentemente priva di difetti. Così “i pazienti che chiedono trattamenti per assomigliare alla versione filtrata del proprio volto o a immagini viste sui social” spiegano  le specialiste. 

La social media dysmorphia nasce dal confronto continuo con immagini digitalmente modificate che non rappresentano la realtà. Mentre la digitized dysmorphia descrive l’insoddisfazione legata alla discrepanza tra immagine reale e digitale di se stessi, amplificata dall’uso di filtri, applicazioni di editing e piattaforme video. Termini come Snapchat dysmorphia o Zoom dysmorphia descrivono la tendenza di alcuni pazienti a desiderare un aspetto simile alle proprie immagini filtrate o alle versioni alterate osservate durante le videochiamate.

Ma le pelle reale “ha caratteristiche biologiche, cliniche e individuali che devono sempre essere rispettate”, ricordano le specialiste.

AI per la pelle

Ma non è più solo un problema di bellezza: dilaga l’uso di applicazioni o strumenti online anche per dare un nome alle lesioni della pelle. Tuttavia alcuni studi hanno dimostrato che le applicazioni che promettono di riconoscere malattie della pelle da immagini scattate dal paziente presentano un’accuratezza molto variabile e, in alcuni casi, non identificano correttamente lesioni sospette.

Ebbene, per Giuffrida l’AI potrà avere un ruolo di supporto nella pratica clinica. Ma queste applicazioni “non possono sostituire il giudizio clinico del dermatologo. L’algoritmo può suggerire un’ipotesi, ma la diagnosi resta del dermatologo. È infatti un atto medico che richiede studio, esperienza, valutazione diretta del paziente e integrazione di diversi elementi clinici”, conclude l’esperta. Insomma, non possiamo delegare questo momento al dottor AI, almeno per ora.

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