Nodavirus dai crostacei all’uomo, cosa sappiamo e il rischio per gli occhi

Nodavirus dai crostacei all’uomo, cosa sappiamo e il rischio per gli occhi
(AP Photo/Claudia Rosel)

Una ricerca cinese pubblicata su ‘Nature Microbiology’ ha acceso i riflettori sul Nodavirus. Gli scienziati di Gabie e il salto di specie.

Dagli animali marini agli occhi degli esseri umani. Una ricerca cinese pubblicata su Nature Microbiology’ ha acceso i riflettori su una possibile connessione tra un virus diffuso nel mondo acquatico e una forma emergente di malattia oculare nell’uomo. Forse ne avrete letto qualcosa, ma cos’è il Nodavirus (Covert mortality nodavirus) e davvero ha già fatto il salto di specie? Ad affrontare la questione – con molte domande, ma poche certezze – sono i ‘moschettieri dell’epidemiologia’ Massimo Ciccozzi, Giancarlo Ceccarelli, Francesco Branda e Fabio Scarpa, ideatori del gruppo di ricerca Gabie.

“La patologia, chiamata persistent ocular hypertensive viral anterior uveitis (POH-VAU), è caratterizzata da episodi ricorrenti di infiammazione dell’occhio associati a un aumento persistente della pressione intraoculare, una condizione che nei casi più gravi può compromettere la vista e richiedere trattamenti complessi, fino alla chirurgia”, ricordano gli scienziati a LaPresse.

Il Nodavirus e i sospetti dei ricercatori

Il Nodavirus è un virus già noto per colpire pesci e crostacei. Nei pazienti analizzati, i ricercatori hanno trovato tracce del patogeno nei tessuti oculari e una risposta immunitaria specifica nel sangue. 

Inoltre, chi aveva contatti più frequenti o intensi con animali acquatici, per esempio durante la loro lavorazione o il consumo di prodotti crudi, sembrava presentare un rischio maggiore di sviluppare la malattia. 

“A prima vista, questi elementi potrebbero far pensare a un classico caso di salto di specie. Ma proprio guardando più da vicino i dati emergono alcune criticità importanti che invitano alla prudenza”, afferma il gruppo di Ciccozzi.

Una malattia relativamente rara 

La prima riguarda il rapporto tra esposizione e malattia. “Il virus è molto diffuso negli ambienti acquatici e nei prodotti ittici, il che significa che molte persone potrebbero entrarvi in contatto. Tuttavia, la malattia descritta appare relativamente rara. Questo scarto tra esposizione frequente e malattia poco comune suggerisce che il virus, da solo, potrebbe non essere sufficiente a causare il quadro clinico, oppure che siano necessari altri fattori ancora non identificati”, affermano gli scienziati italiani.

Il fattore tempo

“Anche il legame temporale tra contatto con il Nodavirus e insorgenza dei sintomi non è del tutto chiaro”, insistono. Lo studio propone un intervallo di alcuni mesi, in media circa sei, tra esposizione e malattia, ma questa stima si basa su ricostruzioni retrospettive fornite dai pazienti, potenzialmente imprecise e soggette a errori di memoria. 

Nodavirus sì, malattia no

Un altro elemento che complica l’interpretazione è che il virus non è stato trovato solo nei pazienti con la forma tipica della malattia. È stato rilevato anche in persone senza POH-VAU, suggerendo che la presenza del virus non coincide necessariamente con lo sviluppo della patologia. “Questo rende meno immediata l’idea di un rapporto diretto e univoco tra infezione e malattia”, aggiunge Ciccozzi.

Perché proprio gli occhi?

C’è poi una questione clinica ancora aperta: perché proprio l’occhio? “I pazienti non mostrano segni evidenti di infezione sistemica e il problema sembra concentrarsi in modo selettivo nel segmento anteriore oculare. Non è ancora chiaro se questo dipenda da una particolare affinità del virus per questi tessuti o da caratteristiche specifiche dell’ambiente oculare che favoriscono lo sviluppo della malattia”, dicono.

“Anche la possibilità di una trasmissione tra esseri umani resta, per ora, solo un’ipotesi. Alcune osservazioni suggeriscono possibili casi all’interno dello stesso nucleo familiare, ma non esistono ancora prove dirette, e saranno necessari studi più ampi per capire se il virus possa davvero circolare tra persone o se resti legato soprattutto all’esposizione ambientale”, sostengono gli studiosi di Gabie.

Le questioni aperte

Solo a questo punto entrano in gioco gli elementi più strettamente biologici e di laboratorio, che pure sono fondamentali ma più difficili da interpretare. “I ricercatori hanno identificato materiale genetico del virus, proteine virali e particelle compatibili con Nodavirus nei tessuti oculari dei pazienti e hanno osservato una risposta anticorpale specifica. Tuttavia, questi dati, pur solidi, non permettono ancora di stabilire con certezza se il virus sia la causa diretta della malattia o un fattore associato”, dicono i ricercatori.

Anche il ruolo del sistema immunitario rimane ancora da chiarire. La presenza di anticorpi indica che l’organismo entra in contatto con il virus e reagisce, ma non è ancora possibile capire in che modo questa risposta contribuisca alla malattia. È possibile che il sistema immunitario abbia un ruolo nel processo patologico, ma si tratta di un aspetto che richiederà ulteriori studi.

La cautela degli scienziati italiani

“Nel complesso, il quadro che emerge è quello di una scoperta importante ma ancora in fase di definizione. I dati suggeriscono un potenziale legame tra un virus degli ambienti acquatici e una nuova patologia umana, ma non permettono ancora di parlare con certezza di un vero salto di specie”, dicono Ciccozzi & Co.

Insomma, più che una conclusione “siamo di fronte a un punto di partenza: una serie di indizi coerenti che aprono nuove domande su un ambito, quello dei virus acquatici, finora poco esplorato nella medicina umana. In sostanza, restano aperte questioni essenziali sulla forza del nesso causale, sulla dinamica temporale dell’infezione, sul significato della risposta anticorpale, sulla specificità del coinvolgimento oculare e sulla reale natura dello spillover. Più che una dimostrazione conclusiva, queste pubblicazioni segnano l’apertura di un nuovo filone di ricerca”, concludono i ricercatori di Gabie.

© Riproduzione Riservata