Emergenza parodontite: i numeri e il nuovo approccio di cura

Emergenza parodontite: i numeri e il nuovo approccio di cura
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Raddoppiano i casi di paradontite grave nel mondo: i numeri dell’emergenza e le possibili soluzioni terapeutiche.

I casi di parodontite grave nel mondo sono raddoppiati negli ultimi trent’anni, passando da 559 milioni a 1,1 miliardi: è il 14% della popolazione globale. Il dato – fornito dal rapporto del Global burden of disease 2023 – è emerso durante il 24esimo Congresso nazionale della Società italiana di parodontologia e implantologia (Sidp). 

Parodontite in Italia: uno scenario preoccupante

In occasione della Giornata mondiale della salute orale che si celebra il 20 marzo, gli esperti hanno acceso i riflettori sulla centralità della prevenzione. In Italia le persone colpite dalla forma più grave della malattia gengivale sono passate dai 6 milioni di trent’anni fa ai circa 9 attuali, pari al 15,7% della popolazione adulta, contro il 4% della Spagna, l’8,5% della Gran Bretagna, l’11% della Francia e il 24% della Germania. 

Dati allarmanti che dimostrano come “la parodontite severa continui a rappresentare un crescente peso per la salute pubblica”, evidenzia Leonardo Trombelli, presidente della Sidp e ordinario di Parodontologia all’Università di Ferrara. Un’emergenza riconosciuta anche dalle Nazioni Unite che – in un documento sulle malattie non trasmissibili – ha introdotto per la prima volta la salute orale tra le priorità globali per la salute generale

Un approccio meno invasivo 

In risposta a questa sfida legata anche all’invecchiamento della popolazione, con una proiezione allarmante di oltre 1,5 miliardi di casi di parodontite grave entro il 2040, “gli esperti Sidp propongono un modello clinico più essenziale, all’insegna del ‘fare di più con meno’, che privilegia cure meno invasive e possibilmente con un ridotto impatto sull’ambiente”, prosegue Trombelli. 

Un principio che si traduce anche in un atteggiamento più conservativo e biologicamente guidato, ricorrendo in maniera selettiva alla chirurgia. “Quando l’intervento è necessario, si preservano i tessuti e si riduce al minimo il trauma chirurgico, mantenendo il più possibile l’autonomia naturale”, spiega Trombelli. 

L’uso di “tecniche microchirurgiche e di maggiore precisione consente una manipolazione più delicata dei tessuti, con effetti positivi sulla guarigione”. Interventi più brevi dunque, con recuperi più rapidi, meno dolore e minore infiammazione post-operatoria. “Ne consegue una migliore aderenza del paziente alle cure e una maggiore sostenibilità economica”, conclude Trombelli.

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