“Le tragiche vicende di Napoli e Genova mostrano quanto siano complesse le situazioni in cui disagio psichico, solitudine e crisi personali si intrecciano con episodi di violenza o di autolesionismo. E inevitabilmente pongono l’accento sulla capacità del sistema di intercettare e accompagnare situazioni di grande fragilità”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è Guido Di Sciascio, direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl di Bari e presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), dopo il suicidio dell’uomo che aveva accoltellato un’avvocatessa sul bus e l’anziana uccisa dal figlio con problemi di salute mentale.
“È però importante evitare letture semplicistiche o ancor più stigmatizzanti: ogni storia ha dinamiche molto complesse e la grande maggioranza delle persone con disturbi mentali non è violenta”, aggiunge lo psichiatra. Quello che spesso emerge “è una profonda solitudine. La solitudine delle persone che soffrono di un disturbo psichiatrico importante, ma anche quella delle loro famiglie, che molto spesso si trovano a sostenere da sole un carico assistenziale e umano enorme”, riflette Di Sciascio.
Salute mentale: il peso sulle famiglie
“I familiari diventano di fatto il primo presidio di cura: gestiscono le crisi, cercano di mantenere un equilibrio quotidiano e provano a orientarsi in un sistema di servizi che non sempre riesce a garantire continuità e prossimità dell’assistenza”, avverte il presidente degli psichiatri.
Il gap tra bisogno di aiuto e offerta dei servizi di salute mentale
D’altra parte “negli ultimi anni la domanda di salute mentale è cresciuta in modo significativo, in particolare tra i giovani e gli adolescenti, mentre molti Dipartimenti di salute mentale lavorano con organici ridotti e con difficoltà a garantire una presa in carico territoriale capillare. Questo significa che spesso i servizi intervengono nelle fasi di crisi, ma faticano a mantenere quel lavoro quotidiano di accompagnamento, prevenzione e sostegno che è fondamentale per evitare l’isolamento delle persone e delle famiglie”, ragiona lo psichiatra.
Lo specialista è convinto che “la risposta non può essere solo sanitaria. La presa in carico delle persone con disturbi psichiatrici gravi, la loro inclusione sociale e il sostegno ai caregiver devono diventare una responsabilità dell’intera società. È un punto che la Società Italiana di Psichiatria sottolinea da tempo: accanto ai servizi sanitari – evidenzia Di Sciascio – servono politiche sociali, percorsi di inclusione lavorativa, soluzioni abitative supportate e reti di comunità capaci di sostenere le persone più fragili e le loro famiglie”.
Le priorità
“Le priorità devono essere chiare: rafforzare i servizi territoriali di salute mentale, aumentare il numero di professionisti, investire nella prevenzione e nell’intervento precoce nei disturbi che esordiscono in adolescenza e sostenere concretamente le famiglie, che non possono essere lasciate sole. Investire nella salute mentale significa anche ricostruire una rete di relazioni e di prossimità attorno alle persone più fragili”, conclude.

