Mentre le indagini sul caso del ‘cuore bruciato’ trapiantato a Napoli al piccolo Domenico vanno avanti, ci si interroga sui tanti aspetti legati a questo intervento che lasciano perplessi. Dal ‘rabbocco’ col ghiaccio secco ai tempi dell’espianto del cuore del bimbo, fino alla formazione degli operatori, troppe cose sembrano essere andate storte. LaSalute di LaPresse ha chiesto aiuto a un cardiochirurgo esperto nei trapianti, che preferisce restare anonimo, per fare chiarezza su sette punti chiave. A partire dai tempi dell’espianto.
Quando si estrae il cuore da sostituire?
“Iniziamo dall’espianto: non credo che a Napoli il cuore sia stato estratto prima dell’arrivo della box in ospedale, ma in ogni caso le linee guida americane sottolineano che un eventuale lieve anticipo non sarebbe un problema. C’è un articolo americano che spiega come, per ridurre l’ischemia, la procedura di espianto può iniziare quando il cuore non è lontano dall’ospedale, per guadagnare qualche minuto. Insomma, è prevista la possibilità di anticipare di poco l’espianto, e questo anche sulla base di una serie di motivi particolari”.
“Io non lo faccio, ma mi regolo in questo modo: inizio a preparare il paziente e, nel momento in cui il collega porta il contenitore col cuore, inizio a espiantare. Dunque procedo solo dopo aver verificato con il collega se, al momento dell’espianto, ci sono state peculiarità: a volte può variare il quantitativo di arteria polmonare o vena cava prelevate. Ed è importante saperlo”.
Il ghiaccio secco
A ‘bruciare’ il piccolo cuore sarebbe stato l’utilizzo di ghiaccio secco nella box. Materiale che sarebbe stato consegnato da una infermiera di Bolzano all’equipe del Monaldi. “Questo è un problema grosso: il ghiaccio secco si riconoscere alla vista, inoltre fuma e non si può toccare perché brucia. Nel nostro ospedale facciamo anche gli espianti e ci sono procedure messe a punto ad hoc per la sicurezza di questa fase. L’uso del ghiaccio secco è stato un errore importante, sia da parte di chi lo ha consegnato che di chi lo ha accettato. Mi chiedo anche perché ci fosse questo materiale in una sala operatoria”.
“Il ghiaccio secco – precisa poi lo specialista – viene usato nella conservazione di valvole e tessuti”. Mai per gli organi. Per il cardiochirurgo questo è un elemento fondamentale. “Si fa fatica a credere che in due non si siano resi conto di questa anomalia, e parlo sia di chi l’ha offerto che di chi l’ha preso”.
Il rabbocco
“Può invece succedere di dover chiedere dei ghiaccio per l’ormai tristemente famoso ‘rabbocco’: anche se ne viene portato tanto, questo col tempo si scioglie e quindi se nel contenitore c’è molta acqua si fa uscire e si mette al suo posto ghiaccio fresco”, spiega il cardiochirurgo.
La formazione
La preparazione delle equipe di espianto e trapianto “è fondamentale. Ho letto che sarebbero mancati i sacchetti e il contenitore per il cuore che poi si mette nella borsa frigo. Se fosse vero – dice il cardiochirurgo – sarebbe un’anomalia inspiegabile. Mentre non credo che occorra una grande preparazione per riconoscere il ghiaccio secco e distinguerlo da quello normale”, ribadisce.
L’espianto e la sequenza di prelievo
La responsabilità è in capo a chi espianta, precisa il cardiochirurgo. “Chi detta i tempi è il cuore: si interrompe la circolazione, si innestano i liquidi che proteggono i vari organi e si inizia con la loro rimozione a partire proprio dal muscolo cardiaco”.
Lo scongelamento
A destare sconcerto il racconto dei tentativi di scongelamento con acqua calda e fredda del cuore ‘bruciato’, arrivato a Napoli ormai congelato. “Ma in realtà c’è una procedura chiara per lo scongelamento delle valvole, conservate insieme ai tessuti sotto ghiaccio secco. Quando questo materiale arriva dalla Banca delle valvole, la procedura prevede che il sacchetto venga messo in una bacinella con acqua a 37 gradi per un numero preciso di minuti. Un termometro deve consentire di controllare che l’acqua resti alla stessa temperatura, dunque se si raffredda viene integrata con acqua calda. Questa è la procedura corretta”.
La comunicazione
La medicina “non è una scienza esatta – ricorda lo specialista – e la comunicazione con i familiari è fondamentale. Nel momento in cui si acquisisce il consenso informato, è importante chiarire ai genitori che il 100% di successo non esiste, ancora più nel caso di un bimbo in condizioni tali da richiedere un trapianto. Brucia quando il rischio si concretizza per episodi come quello del ghiaccio secco. Le buone pratiche – spiega – consistono nel dire con chiarezza come sono andate le cose, nel segnalare eventuali problemi alla direzione ospedaliera e nel comunicarli alla famiglia”.

