Da Lukaku a De Bruyne, passando per Meret, Rrahmani, David Neres e Anguissa, solo per citare i casi più eclatanti. La stagione calcistica del Napoli è stata punteggiata da una sequela interminabile di infortuni. L’opinione pubblica e una parte dei tifosi hanno individuato nella preparazione estiva di Antonio Conte il ‘peccato originale’, la genesi di un annata nefasta che finora ha fatto registrare una trentina di infortuni, incluse le recidive.
Un metodo ‘militare’
L’allenatore salentino è noto nell’ambiente per il suo metodo da sergente di ferro: carichi di lavoro sostenuti, allenamenti sfibranti e ad alta intensità. Una filosofia fondata sul culto del lavoro, sulla resistenza alla fatica per vincere la paura. Un metodo rivelatosi quasi sempre vincente, ma che quest’anno è finito sul banco degli imputati.
“Parlare a posteriori è sempre facile. La metodologia di Conte è stata praticamente la stessa dell’anno prima, quando gli infortuni non erano stati cosi frequenti”, ricorda a LaPresse Andrea Bernetti, segretario generale Simfer e ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’Università del Salento. “Le motivazioni, per quanto complicate da conoscere senza elementi diretti, sono probabilmente da cercare altrove”.
Gli infortuni muscolari
Nel mirino dell’esperto un calendario sempre più fitto di impegni, ad esempio, che sacrifica sull’altare dello spettacolo e della competitività la salute dei calciatori. Non è un caso se una buona parte degli infortuni occorsi al Napoli siano stati di natura muscolare. “Si tratta degli infortuni più frequenti in questo sport”, fa notare Bernetti.
“Nel calcio d’élite in molti non considerano che gli infortuni muscolari – nel 70% dei casi – sono funzionali e non strutturali, non presentano cioè una lesione documentabile delle fibre”, chiarisce. La risonanza magnetica non rileva quindi evidenze macroscopiche di rottura delle fibre muscolari.
La causa principale di questa categoria di eventi lesivi è il sovra-affaticamento, che spesso si manifesta con rigidità e aumento del tono muscolare. Il mancato riscontro di lesioni dalle indagini strumentali può portare a sottovalutare l’infortunio, favorendo “un danno vero e proprio in un secondo momento”.

Il rischio di recidiva
Nel Napoli quest’anno sono state molte anche le recidive. “La pressione per il ritorno in campo è altissima nel calcio professionistico. Ma un trattamento ‘troppo veloce’ può aumentare in modo esponenziale il rischio di ricadute. Metà delle recidive muscolari avviene entro il primo mese dal rientro in campo spesso perché, nonostante l’assenza di dolore, la forza eccentrica e il controllo neuromuscolare non sono stati pienamente ripristinati”, spiega Bernetti.
Una lesione muscolare, infatti, non può considerarsi guarita solo perché il calciatore non sente più dolore, ma piuttosto “quando riesce a sostenere un carico biomeccanico adeguato alle sollecitazioni richieste e, in particolare, quando il professionista riesce a riprodurre senza problemi il gesto atletico alla base dell’infortunio”.
La gestione e la prevenzione delle lesioni muscolare dipende però da “valutazioni multidimensionali, legate non solo alle metodiche di allenamento, ma anche allo stile di vita, ad aspetti di biomeccanica, controllo neuromotorio e nutrizione”, aggiunge il fisiatra.
Una rosa ‘vecchia’
Ma le partite sono tante, probabilmente troppe, anche per le altre squadre. Come si spiega allora il caso del Napoli, un unicum a livello nazionale e forse anche europeo? Con un’età media di 29,56 anni, il club di Aurelio De Laurentiis è la squadra più vecchia d’Europa.
“È sicuramente un elemento importante”, riconosce il professor Bernetti. “L’analisi del gruppo infortunati rivela un dato ancora più critico: l’età media di questo sottogruppo è di circa 29,8 anni, con punte di 34 (De Bruyne) e 32 anni (Lukaku, Di Lorenzo e Politano)”.
Il muscolo di un giocatore di 30 anni presenta infatti “differenze cellulari e strutturali rispetto a quello di un atleta più giovane, che condizionano la suscettibilità agli infortuni”. In questa fascia d’età, l’incidenza di infortuni in competizione “è quasi doppia rispetto ai colleghi sotto i 22 anni”.

