Altro che il “poco di zucchero” cantato da Mary Poppins. Mentre ancora ci attendono Veglione e pranzo di Capodanno, tra pandori, panettoni e torroni molti italiani ne hanno fatto una vera e propria scorpacciata. Un piacere cui talvolta diventa difficile rinunciare, tanto che alcuni arrivano a parlare di dipendenza, un po’ come quella da nicotina o alcol. Ma esiste davvero la “dipendenza da zucchero”?
A rispondere a questa domanda sono i medici anti-bufale di Dottoremaeveroche.it, il portale contro le fake news della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici). Ebbene, la ricerca ci dice che lo zucchero stimola i centri del piacere nel cervello e può favorire un consumo eccessivo, ma non crea una vera dipendenza. Non ci sono scuse, allora?
Le differenze tra zucchero, alcol e nicotina
Per cominciare la fantomatica “dipendenza da zucchero” non è riconosciuta nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – il celebre DSM-5 – utilizzato per scopi clinici, di ricerca e statistici. A differenza di quanto accade invece per dipendenza da alcol, nicotina e sostanze stupefacenti.
Tuttavia “studi su modelli animali hanno mostrato che l’accesso intermittente allo zucchero può indurre comportamenti simili alla dipendenza: abbuffate, astinenza e desiderio compulsivo”, ricordano gli esperti. Negli esseri umani la situazione è più complessa: spesso non è il solo zucchero a creare “dipendenza”, ma i cibi ultra-processati (merendine, snack, fast food) che combinano zuccheri, grassi e sale in un mix studiato per massimizzare la palatabilità e stimolare i centri di ricompensa del cervello, rendendo il fatto di smettere di mangiarli una vera impresa.
Ma perchè abbiamo bisogno di dolce?
Ma perché? Quando consumiamo zuccheri semplici, i livelli di glucosio nel sangue salgono rapidamente, stimolando il cervello a rilasciare dopamina, un neurotrasmettitore legato alle sensazioni di piacere e gratificazione. Si tratta dello stesso circuito neurale attivato da droghe e alcol. Dopo il picco glicemico iniziale, poi, spesso c’è un calo repentino degli zuccheri nel sangue, che il corpo interpreta come una carenza di energia, spingendoci a cercare dolci per tirarci su rapidamente. Una specie di serpente che si morde la coda.
“A questo si aggiunge la componente emotiva: fin dall’infanzia, il dolce è associato a premi, feste e consolazione, creando un legame psicologico che rinforza il desiderio”, spiegano i dottori anti-bufale. Ma attenzione: come ricorda il genetista dell’Università di Tor Vergata Giuseppe Novelli, nelle persone nate nel 1953 c’è stato un aumento del 30% di diabete e ipertensione rispetto alla generazione precedente, proprio per via della maggiore disponibilità di questo dolce alimento. Tutto quello che mangiamo, infatti, influenza il genoma, facendolo funzionare in maniera diversa.
Quanto zucchero consumare senza rischi
Ma esiste un limite sicuro? A stabilirlo è l’Organizzazione mondiale della sanità: per ridurre il rischio di obesità, carie e malattie croniche, il consumo di zuccheri “liberi” (quelli aggiunti agli alimenti o presenti naturalmente in miele, sciroppi e succhi di frutta) non dovrebbe superare il 10% dell’apporto calorico giornaliero. “Una riduzione al di sotto del 5% (circa 25 grammi, ovvero 5-6 cucchiaini da tè al giorno per un adulto medio) fornirebbe benefici aggiuntivi per la salute”, dicono i dottori-anti-bufale.
Per farsi un’idea, 25 grammi di zucchero corrispondono più o meno a un bicchiere piccolo di bibita dolce, due biscotti industriali, una fetta media di panettone (circa 100 g) o un pezzettino (25 g) di torrone.
Per i bambini una cattiva notizia: sotto i 2 anni è consigliabile evitare completamente gli zuccheri aggiunti per non abituare il palato. Troppo difficile, mentre ancora sulla tavola si moltiplicano i dolci delle feste?

