Dl sicurezza, pressing di Salvini sul testo: protestano associazioni e sindacati

Decreto oggi alla Camera: quasi scontata la questione di fiducia

È quasi scontata la questione di fiducia sul decreto sicurezza che oggi arriva alla Camera. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non ha concesso alcun passo indietro agli alleati pressato dall'idea di voler far passare il provvedimento bandiera della Lega a soli 6 giorni dal rischio scadenza, il 3 dicembre. Per questo, il vicepremier ha ribadito a più riprese ai suoi e agli alleati, e soprattutto i 'ribelli' presenti tra i Cinque Stelle, che, se non avesse portato a casa questa riforma, avrebbe fatto immediatamente saltare il banco. Allarme che ormai sembra definitivamente rientrato.
È quindi prevedibile che l'esecutivo porrà la questione di fiducia subito dopo la discussione generale a Montecitorio. Il voto finale, quindi, è atteso al massimo per martedì.

"Fermatevi e rivedete il decreto" è però l'appello di Libera, Acli, Arci, Avviso Pubblico, Legambiente, Cgil, Cisl, Uil che lunedì dalle 15, in Piazza Santi Apostoli, daranno vita a un presidio pubblico.  "Venerdì scorso - si legge in una nota delle associazioni e sindacati - in Commissione Affari costituzionali, il dibattito è stato privato dei tempi necessari per discutere gli emendamenti presentati, anche dai partiti della maggioranza, al fine di modificare il Decreto in alcuni degli aspetti che presentano quei profili di criticità".

Nel dettaglio, destano grande preoccupazione le disposizioni relative alla protezione umanitaria e immigrazione e che, scrivono, "appaiono essere più come una risposta simbolica all'opinione pubblica che ai problemi concreti della protezione e della integrazione". Preoccupano, inoltre, "le disposizioni relative all'ordine pubblico e sicurezza, che richiederebbero interventi di diversa natura mirati a favorire le politiche di inclusione sociale, a garantire il diritto all'abitare, alla salute e a tutti i servizi socio-sanitari per le persone in condizioni di povertà, fragilità ed emarginazione". Fino ad arrivare alla vendita ai privati dei beni confiscati ai mafiosi e ai corrotti, perché "si vuole dare un messaggio culturale in direzione opposta, favorendo inevitabilmente gli acquisti attraverso prestanomi dalla faccia pulita, come già evidenziato da molti magistrati".
 

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