Referendum Giustizia, dal record del ’58 al crollo del ’22. Italia al voto con il rebus affluenza

Referendum Giustizia, dal record del ’58 al crollo del ’22. Italia al voto con il rebus affluenza
Bergamo, 15 marzo 2026 (Foto Tiziano Manzoni/LaPresse)

Il racconto di 80 anni di storia elettorale della Repubblica con lo sguardo rivolto all’appuntamento del 22 e 23 marzo

Ottant’anni di storia elettorale della Repubblica, raccontati da una curva – quella dell’affluenza – che scende senza mai risalire davvero. Quello sulla riforma della magistratura voluta dal governo Meloni, con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e lo sdoppiamento del Csm sarà il quinto referendum costituzionale della Repubblica e il nostro Paese ci arriva avendo sulle spalle il bagaglio pesante di un astensionismo che, voto dopo voto, tende a farsi strutturale. I numeri parlano da soli.

Come è cambiata l’affluenza alle urne negli anni

Al referendum tra monarchia e repubblica, il 2 giugno 1946, che per la prima volta vide anche le donne recarsi alle urne, l’affluenza fu dell’89,1%. Il record di partecipazione, mai eguagliato, arrivò 12 anni dopo: alle Politiche del 1958 votò il 93,9% degli aventi diritto. Da lì la discesa è lenta ma costante. Alle ultime elezioni, nel 2022, l’affluenza è stata del 63,9%, la più bassa mai raggiunta nella storia repubblicana per le Politiche.

Trent’anni prima, nel 1992, si era ancora all’87,1%. In tre decenni l’Italia ha perso quasi un quarto del suo corpo elettorale attivo. Lo stesso fenomeno, amplificato, si osserva alle elezioni Europee: nel 2024 meno della metà degli aventi diritto (il 49,7%) si è recata alle urne per la prima volta nella storia delle consultazioni europee in Italia, contro l’85,7% della prima tornata del 1979.

Anche sui referendum le oscillazioni non mancano: nel 1974 l’87,7% degli italiani decise di andare a votare quando si trattava di stoppare la legge sul divorzio (l’abrogazione venne respinta con il 59,2% delle preferenze); nel 1978 per abolire il finanziamento pubblico ai partiti l’affluenza fu dell’81,2% ma il referendum venne respinto; 1993 il Partito Radicale e Mario Segni ci riprovarono: con Mani pulite alle spalle lo stop ai soldi pubblici passò con il 90% dei voti e un’affluenza del 77%.

Falliti invece per il mancato raggiungimento del quorum del 50% più uno degli aventi diritto, i referendum abrogativi sulla caccia (nel 1990 e nel 1997); sulla legge elettorale (nel 1999 e nel 2000); sul reintegro dei lavoratori (nel 2003); sulla procreazione medicalmente assistita (nel 2005); sul Porcellum (nel 2009); sulle trivelle (nel 2016); sulla riforma della Legge Severino, la custodia cautelare e il Csm (nel 2022).

L’ultimo ‘squillo’ vero dell’Italia referendaria rimane del giugno 2011. Oltre 25 milioni di persone si recarono alle urne per i quesiti su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento, con un’affluenza del 54,8%: il quorum fu superato dopo 16 anni di astensionismo, in un clima di forte mobilitazione civica alimentata dal disastro di Fukushima e dall’opposizione al governo Berlusconi.

È su questo terreno che si innesta la consultazione referendaria del 22 e 23 marzo. La distinzione tra referendum abrogativo e costituzionale non è formale: il voto di questa settimana non ha quorum e sarà valido qualunque sarà la partecipazione. I precedenti costituzionali offrono uno spettro di oscillazione ampio.

Nel 2001 il referendum sul federalismo del Titolo V si tenne con il 34,1% di affluenza; nel 2006 il No alla riforma Berlusconi vinse con il 52,3% dei votanti. Nel 2016 la riforma Renzi-Boschi fu bocciata con il 59,1% dei voti contrari e un’affluenza del 65,5%, la più alta mai registrata per un referendum costituzionale, ‘gonfiata’ probabilmente dalla personalizzazione dello scontro e dalla scelta di Renzi di legare la propria permanenza a Palazzo Chigi all’esito del voto. Nel 2020, in piena pandemia da Covid, il taglio dei parlamentari fu approvato con il 69,9% dei consensi e un’affluenza del 51,1%.

Il confronto con i referendum abrogativi in materia di giustizia è inevitabile e impietoso. Nel giugno 2022 cinque quesiti pressoché identici per tema — riforma del Csm, separazione delle carriere, valutazione dei magistrati — ottennero una partecipazione del 20,9%, il minimo storico assoluto di ogni consultazione referendaria della Repubblica. L’unico precedente in cui un referendum sulla giustizia è riuscito a mobilitare gli italiani risale al novembre 1987: i quesiti sulla responsabilità civile dei giudici e l’abolizione della commissione inquirente vinsero con percentuali tra l’80 e l’85% dei voti validi.

Referendum Giustizia: appuntamento il 22 e 23 marzo

Su quella che sarà l’affluenza di domenica e lunedì si interrogano da mesi sondaggisti ed esperti, che legano alla partecipazione elettorale anche l’esito del referendum. Per la prima volta da anni, i due fronti spingono entrambi verso le urne. Se questa doppia mobilitazione e la polarizzazione che ne deriva riusciranno a invertire anche solo parzialmente la curva discendente degli ultimi vent’anni, il voto del 22 e 23 marzo potrebbe restituire un dato di partecipazione inatteso. Diversamente, la riforma costituzionale passerà o verrà respinta con una legittimità democratica numericamente esile, sia pur formalmente ineccepibile. I seggi aprono domenica alle 7.

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