Olimpiadi 2026, la crisi climatica colpisce i Giochi invernali: sempre meno neve di qui a metà secolo

Olimpiadi 2026, la crisi climatica colpisce i Giochi invernali: sempre meno neve di qui a metà secolo

A poche ore dall’inizio di Milano Cortina, uno studio del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici parla di una riduzione di giorni nevosi del 38% nel periodo 2036-2065.

Alle Olimpiadi invernali 2026 di Milano Cortina entra in gioco la crisi climatica. E’ sempre più caldo in montagna e c’è sempre meno neve tanto che – secondo uno studio (sugli impatti dei cambiamenti climatici nella provincia di Belluno dove risiede proprio Cortina) che ha coinvolto i ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) – si ridurrà del 38% di qui alla metà del secolo.

Per i prossimi anni si prevede che l’area alpina in cui si svolgeranno le Olimpiadi invernali potrebbe registrare entro metà secolo una riduzione del 37,9% dei giorni disponibili per la produzione di neve nel periodo 2036-2065 e un calo del 9,5% dei giorni di copertura nevosa, in uno scenario di emissioni intermedio. L’analisi parla degli impatti economici legati alla diminuzione della copertura nevosa e dei giorni di produzione di neve che potrebbero tradursi in oltre 9 milioni di euro di ricavi persi per gli operatori degli impianti sciistici della regione entro il 2065.

Ma non finisce qua. In base a nuove ricerche questi dati potrebbero essere “ancora più severi, aggiungendo ulteriori 3-5 gradi centigradi all’aumento medio delle temperature invernali“. Le Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 – viene fatto presente – prenderanno “il via con molte sedi olimpiche che registrano temperature in media più alte e una copertura nevosa inferiore rispetto alla media, mentre ci avviciniamo alla cerimonia di apertura del 6 febbraio”.

Per l’area alpina – afferma Giuliana Barbato, ricercatrice del Cmcc e coautrice dello studio – “ciò che emerge è una riduzione del numero di giorni con uno spessore di neve superiore ai 30 centimetri. Questo rappresenta un elemento chiave nell’analisi dei pericoli per l’intera regione alpina e implica un aumento del rischio futuro per gli sport invernali e per i grandi eventi invernali come le Olimpiadi”.

Lo studio mostra come gli impianti sciistici nella parte settentrionale della provincia di Belluno, che attualmente dispongono di un numero adeguato di giorni di copertura nevosa, “siano destinati a subire impatti più significativi sulla profondità e sulla qualità del manto nevoso, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità delle stazioni sciistiche e degli investimenti nel turismo invernale”.

La scienza – rileva Paola Mercogliano, ricercatrice del Cmcc che ha contribuito allo studio – è “in continua evoluzione e nei prossimi anni saranno disponibili nuovi modelli, dataset e scenari. Questo consentirà simulazioni più affidabili nelle regioni montane”. La questione diventa anche più seria quando si guarda a ricerche preliminari che suggeriscono come l’aumento futuro delle temperature sulle Alpi potrebbe essere ancora più marcato, con temperature medie invernali potenzialmente superiori di 3-5 gradi rispetto alle stime precedenti.

E’ quindi “probabile che la quantità di copertura nevosa e il numero di giorni di produzione di neve sulle Alpi saranno inferiori a quanto pensato finora”. Bisogna anche ricordare che “le proiezioni climatiche non vanno interpretate come previsioni meteorologiche. Se, in media, la neve diminuisce sulle Alpi, questo non esclude che possano verificarsi singoli anni con più neve rispetto al passato. Gli estremi di freddo continueranno a esistere ma diventeranno meno frequenti e generalmente meno intensi”.

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