“Sto bene, grazie a Dio. Sono a casa, a Caracas“. Così Antonio Calvino, siciliano d’origine e residente nella capitale del Venezuela dal 2009, racconta a LaPresse i momenti di terrore vissuti durante il terremoto che ha colpito la città. “È stata una bomba, qualcosa che non avrei mai potuto immaginare. Morte e distruzione ovunque. La cosa più surreale era il silenzio delle persone, rotto soltanto dal lamento dei cani sotto le macerie”, racconta spiegando di non aver compreso subito la gravità della situazione. “Durante la prima scossa quasi non me ne sono accorto. Poi è arrivata la seconda e la mia casa ha iniziato a oscillare. Non avevo mai vissuto un terremoto e non sapevo quanto potesse essere terrificante. Dopo la scossa non avevo nemmeno il coraggio di scendere al piano di sotto. Sono rimasto paralizzato. Appena ho realizzato cosa stava accadendo ho pensato: ‘Per me è finita’”.
Quando finalmente è uscito in strada, si è trovato davanti a uno scenario che definisce “apocalittico. Palazzi crollati, corpi sul marciapiede, anche bambini. E il lamento dei cani intrappolati tra le macerie. A quel punto mi sono detto che nessun essere umano dovrebbe assistere a un simile orrore e sono rientrato in casa”. Nonostante la violenza del sisma, la sua abitazione è rimasta miracolosamente intatta. “Non è caduto nemmeno un bicchiere. Un miracolo. Forse mio fratello mi ha protetto, oppure è il bene che ho fatto in questi anni che mi è tornato indietro”. La sua storia, infatti, è legata a una tragedia familiare che lo ha portato lontano dall’Italia.
“Sono arrivato a Caracas per una vacanza dopo che mio fratello fu ucciso durante una rapina. Poi sono rimasto qui. Mia madre era siciliana e mio padre napoletano”. Nonostante quanto accaduto, non pensa di lasciare il Venezuela: “Resterò qui”. Sul futuro e sulla gestione dell’emergenza, però, il suo sguardo resta amaro. “Gli aiuti che arriveranno finiranno nelle tasche di qualcuno. Non ho molta fiducia né molta speranza. Mi preoccupa quello che succederà nei prossimi giorni quando la gente si arrabbierà perché non ha più una casa”.










