Sono ore di attesa per il futuro del Medio Oriente e della guerra in Iran. Il presidente Usa Donald Trump ha detto che l’intesa è vicina e che lo Stretto di Hormuz verrà riaperto; ottimismo arriva anche dai mediatori pakistani. Il possibile accordo prevedrebbe anche 60 giorni di tregua in Libano, elemento su cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso la propria preoccupazione.
Resta ancora il nodo nucleare, con i Pasdaran che ribadiscono: “L’Iran non ha assunto alcun impegno e la questione non è stata affatto discussa in questa fase”.
Il portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, Ebrahim Rezaei, ha dichiarato ad Al Jazeera che “la palla è nelle mani degli americani e devono accettare le condizioni dell’Iran, tra cui la fine della guerra, il pagamento di un risarcimento e la revoca delle sanzioni”. “Non abbiamo negoziato con l’America riguardo alle nostre scorte di uranio arricchito”, ha aggiunto Rezaei, “stiamo negoziando per il riconoscimento del diritto dell’Iran ad avere un programma nucleare per scopi pacifici. Non intendiamo possedere armi nucleari e l’America è la grande perdente in questa guerra. Un cessate il fuoco su tutti i fronti è tra le condizioni a cui l’Iran ha aderito”.
“Se dovessi stringere un accordo con l’Iran, sarà un accordo valido e corretto, non come quello stipulato da Obama, che ha concesso all’Iran ingenti somme di denaro contante e una strada chiara e spianata verso l’arma nucleare”. È quanto scrive in un post sul social Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. “Il nostro accordo è l’esatto contrario, ma nessuno l’ha visto né sa di cosa si tratti. Non è nemmeno stato ancora negoziato del tutto”, ha aggiunto, “quindi non date retta ai perdenti, che criticano qualcosa di cui non sanno nulla. A differenza di chi mi ha preceduto e avrebbe dovuto risolvere questo problema molti anni fa, io non faccio accordi sbagliati!”.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto al New York Times che un accordo con l’Iran ha ottenuto il sostegno regionale, ma che un accordo sul nucleare non può essere raggiunto “in 72 ore, improvvisando su un tovagliolo”. “Non lo rimanderemo a più tardi. I colloqui sul nucleare sono questioni altamente tecniche”, ha affermato, “non si può fare una cosa sul nucleare in 72 ore, prendendo appunti su un tovagliolo”. “Quindi, al momento, abbiamo sette o otto paesi nella regione che appoggiano questo approccio e siamo pronti a procedere in questa direzione”, ha aggiunto.
Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha espresso la speranza che l’accordo in fase di negoziazione tra Stati Uniti e Iran venga finalizzato. “Se Dio vuole, l’accordo promosso dal Pakistan sarà concluso e includerà il Libano con un cessate il fuoco completo” su tutti i fronti, ha affermato Qassem al termine di un discorso alla nazione. Lo riporta L’Orient Le Jour.
L’ostruzionismo degli Stati Uniti nei confronti di alcune clausole di un potenziale accordo con l’Iran, tra cui il rilascio dei beni bloccati di Teheran, continua tuttora. Lo riporta l’agenzia di stampa Tasnim, affiliata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). Di conseguenza, rimane la possibilità che l’accordo venga annullato, ha aggiunto Tasnim.
Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha affermato in un discorso che “arrendersi” equivale allo “sterminio!”. “Ci troviamo di fronte a una minaccia esistenziale”, ha detto, come riporta L’Orient Le Jour, “il massimo che Israele può chiedere è la garanzia di sicurezza per i suoi insediamenti e il massimo che il Libano può chiedere è la sicurezza su entrambi i lati del confine”. Il riferimento è alla bozza di accordo in fase di negoziazione tra Stati Uniti e Iran, che comprende anche il Libano.
“A quanto ci risulta, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha approvato il quadro generale dell’accordo, ma resta ancora da vedere se questo si tradurrà in un accordo definitivo”. Lo ha dichiarato il funzionario statunitense al giornalista di Axios Barak Ravid.
“Un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha dichiarato che l’accordo con l’Iran non dovrebbe essere firmato oggi”. È quanto rivela il giornalista di Axios Barak Ravid. Il funzionario ha affermato che ci sono ancora diversi dettagli da definire e che si sta ancora discutendo su alcune parti dell’accordo. “Alcune formulazioni sono importanti per noi e altre lo sono per loro”, ha detto il funzionario, precisando che il sistema iraniano, nella sua configurazione attuale, non si muove rapidamente. Ha poi aggiunto che ci vorranno diversi giorni affinché l’accordo superi tutte le approvazioni.
In una conversazione avuta ieri sera con il premier di Israele Benjamin Netanyahu “il presidente Trump ha ribadito il diritto di Israele di difendersi dalle minacce su ogni fronte, compreso il Libano”. È quanto scrive lo stesso Netanyahu in un post sul social X. “La partnership tra noi e i nostri due paesi è stata dimostrata sul campo di battaglia e non è mai stata più forte”, aggiunge.
“Il presidente Trump e io abbiamo convenuto che qualsiasi accordo definitivo con l’Iran deve eliminare il pericolo nucleare. Ciò significa smantellare gli impianti di arricchimento nucleare dell’Iran e rimuovere il materiale nucleare arricchito dal suo territorio”. È quanto scrive il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu in un post sul social X, facendo riferimento a una conversazione avuta ieri con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla bozza di accordo con l’Iran. “Ho espresso al presidente Trump il mio profondo apprezzamento per il suo impegno incrollabile a favore della sicurezza di Israele, anche durante le operazioni ‘Roaring Lion’ ed ‘Epic Fury’, quando le forze americane e israeliane hanno combattuto fianco a fianco contro la minaccia iraniana”, aggiunge Netanyahu.
“Uno degli accordi peggiori mai stipulati dal nostro Paese è stato l’accordo sul nucleare iraniano, proposto e firmato da Barack Hussein Obama e dai dilettanti dell’amministrazione Obama”. È quanto scrive in un post sul social Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. “Si trattava di una strada diretta verso lo sviluppo di un’arma nucleare da parte dell’Iran”, ha aggiunto, “non è così per l’accordo attualmente in fase di negoziazione con l’Iran da parte dell’amministrazione Trump: è esattamente l’opposto”.
In un’intervista telefonica con ABC News, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che il raggiungimento di un accordo con l’Iran dipende interamente da lui e ha assicurato di non “concludere cattivi accordi”. Che si raggiunga o meno un accordo “dipende totalmente da me, e se ci saranno novità, saranno solo buone notizie: io non faccio mai cattivi accordi”, ha detto Trump all’emittente.
“Il blocco” navale Usa “rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino a quando non sarà raggiunto, certificato e firmato un accordo” con l’Iran. Lo scrive in un post sul social Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Teheran, aggiunge Trump, “deve capire che non possono sviluppare o procurarsi un’arma o una bomba nucleare”.
“I negoziati procedono in modo ordinato e costruttivo, e ho informato i miei rappresentanti di non affrettare un accordo, poiché il tempo è dalla nostra parte”. È quanto scrive in un post sul social Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. “Entrambe le parti devono prendersi il tempo necessario e fare le cose per bene. Non ci possono essere errori!”, ha aggiunto, “il nostro rapporto con l’Iran sta diventando molto più professionale e produttivo”.
“La Repubblica Islamica dell’Iran considera l’uso pacifico della scienza e della tecnologia nucleare un diritto legittimo e inalienabile del suo popolo e sottolinea che non rinuncerà mai a questo diritto legittimo e riconosciuto a livello internazionale”. Lo dichiara l’ambasciata dell’Iran in India, rispondendo alle dichiarazioni fatte dal segretario di Stato Usa Marco Rubio, che durante la sua visita in India ha detto che “sono stati compiuti progressi significativi, sebbene non definitivi” nei negoziati e che il mondo non dovrà più temere che l’Iran si doti di un’arma nucleare. L’Iran ha sempre sostenuto che il suo programma è a fini pacifici.
“Accolgo con favore i progressi compiuti verso un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran. È necessario che si giunga a un accordo che ponga fine al conflitto e riapra lo Stretto di Hormuz, garantendo una libertà di navigazione incondizionata e senza restrizioni. È fondamentale che all’Iran non sia mai permesso di sviluppare un’arma nucleare”. Lo scrive su X il premier del Regno Unito, Keir Starmer. “Il mio governo continuerà a fare tutto il possibile per proteggere i cittadini britannici dalle ripercussioni di questo conflitto. Lavoreremo con i nostri partner internazionali per cogliere questa occasione e raggiungere una soluzione diplomatica a lungo termine”, ha aggiunto.
Israele dovrà accettare l’eventuale accordo fra Usa e Teheran perché Donald Trump “ha bisogno di uscire dalla guerra in Iran”, dunque “ipotizzo un dialogo Trump-Netanyahu” del tipo “prima io ho seguito te, tu adesso per favore segui me”. Lo ha detto a LaPresse Gianluca Pastori, ricercatore Ispi nell’area delle relazioni transatlantiche e docente di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa all’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Temo che in questo caso Israele dovrà accettare, non fosse altro perché fra Israele e Stati Uniti si è instaurata una dinamica molto complessa. Gli Stati Uniti a mio avviso si sono trovati in guerra con l’Iran un po’ obtorto collo, un po’ trascinati dal loro alleato, quindi io ipotizzo un dialogo Trump-Netanyahu ‘prima io ho seguito te, tu adesso per favore segui me’”, dice Pastori. “Più che non permettere a Netanyahu di far saltare l’accordo, Trump cercherebbe di negoziare con Netanyahu un modo per non far saltare l’accordo. Ormai gli Stati Uniti a mio modo di vedere non sono più in grado di imporre la loro posizione ai partner o agli interlocutori, devono negoziare”, ha concluso.
“Francamente mi sembra che questo accordo dal punto di vista statunitense sia addirittura peggiore del vecchio accordo sul nucleare del 2015” ma “Trump ha bisogno di uscire da questa guerra” perché “se questa guerra dovesse durare ci sarebbero quegli effetti sul benessere interno che lo potrebbero punire alle prossime elezioni”. Lo ha detto a LaPresse Gianluca Pastori, ricercatore Ispi nell’area delle relazioni transatlantiche e docente di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa all’Università Cattolica del Sacro Cuore. A suo parere, le tempistiche di 60 giorni per negoziare poi il cuore dell’accordo – se venissero confermate – consentirebbero a Donald Trump di prendere tempo proprio in vista del voto di midterm. “Io credo che la tempistica sia legata alla vicenda delle elezioni: agli inizi di novembre Trump e quindi il Partito Repubblicano dovranno andare al voto per il rinnovo del Congresso. È un voto estremamente incerto. All’interno del Partito Repubblicano anche fra i sostenitori di Trump stanno cominciando a emergere dei mal di pancia proprio legati alla guerra. È una guerra che l’elettorato e una parte dei rappresentanti repubblicani e dei congressmen repubblicani non vogliono. Quindi eccola qua la logica anche dei 30 e 60 giorni”, dice Pastori, “vorrebbe dire arrivare alla vigilia della fase calda della campagna elettorale e con la speranza di poter consegnare un risultato che rafforzi la posizione dell’amministrazione e rafforzi la posizione dei suoi candidati”. “Se dovessi leggere la tempistica la leggerei in questo modo. La campagna elettorale è più vicina. È quello il vero elemento che sta guidando l’amministrazione”, aggiunge il ricercatore Ispi e docente. “Apriamo il vaso di Pandora: questa guerra è stata un errore indubbiamente, ma se andiamo a vedere il vero errore che ha riaperto il calderone iraniano è stata la scelta del 2018 di uscire dall’accordo sul nucleare JCPOA nella speranza e nella convinzione di riuscire a negoziare un accordo migliore, che invece si è dimostrata una speranza totalmente infondata”, dice ancora Pastori a LaPresse. Alla domanda su come farà Trump a vendere l’accordo come una vittoria, Pastori risponde: “Essenzialmente come ha fatto Trump fino ad ora, cioè parlando di vittoria”. “Mi sembra che l’elettorato di Trump sia tutto sommato poco interessato alle vicende del Golfo, alla situazione in Iran finché queste faccende non impattano immediatamente sui suoi interessi. Finché la guerra in Iran o con l’Iran non si scarica sui prezzi dei carburanti e ancora di più non si scarica su tutti i prezzi di beni di largo consumo, all’elettore trumpiano come vanno le cose interessa abbastanza poco. Per cui si accontenterà, a mio modo di vedere, della narrazione della vittoria, cioè del presidente che dice abbiamo vinto, abbiamo ottenuto quello che vogliamo. La grande vittoria che venderà in questo momento però sarà una vittoria totalmente priva di significato. La grande vittoria sarà la riapertura dello stretto di Hormuz, Stretto di Hormuz che prima della guerra era aperto. Quindi sostanzialmente nessuna vittoria presentata però come una grande vittoria”, ha concluso.
Il possibile accordo fra Stati Uniti e Iran – che secondo quanto emerso dovrebbe essere un pre-accordo che rimanda a un secondo momento la discussione sul programma nucleare iraniano – appare al momento come una “cornice vuota” ma “è un modo per guadagnare tempo in un momento in cui tutti quanti hanno interesse a guadagnare tempo” e da parte dell’amministrazione Trump c’è “la scommessa che anche l’Iran abbia interesse a riempire questa cornice”. Lo ha detto a LaPresse Gianluca Pastori, ricercatore Ispi nell’area delle relazioni transatlantiche e docente di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Secondo Pastori, inoltre, per la negoziazione del vero cuore dell’accordo la scommessa di Donald Trump è anche che altri attori – come Russia e Cina – daranno il proprio contributo, anche se non in modo vistoso, per un risultato finale. “In questo momento siamo veramente di fronte a una cornice vuota. La scommessa che io vedo da parte dell’amministrazione americana è che comunque anche l’Iran abbia interesse a riempire questa cornice: è vero che l’Iran vive da anni in una situazione di tensione permanente e che la tensione permanente rafforza da un certo punto di vista il governo iraniano, però non si può andare avanti all’infinito in questa strategia. Inoltre, punto numero due, ci sono anche altri attori internazionali che hanno tutto l’interesse a che soprattutto la questione di Hormuz, ma anche indirettamente la questione nucleare, si risolva”, argomenta Pastori. “Ci sono i Paesi del Golfo, ci sono le monarchie arabe, ci sono i grandi player, c’è la Russia da un certo punto di vista e c’è la Cina da un certo punto di vista. Anzi da un punto di vista molto importante. E credo che Trump scommetta anche sul coinvolgimento di questi attori. Ognuno dovrebbe dare il suo contributo, magari non visibile, non vistoso, al risultato finale”, prosegue. “Io credo che Trump confidi in aiuti esterni, magari non dichiarati. Bisogna dire una cosa: anche da questo punto di vista sarebbe una sconfitta per gli Stati Uniti, ancora una volta, rispetto ai tempi del JCPOA. L’accordo sul nucleare era un accordo in cui gli Stati Uniti avevano avuto un ruolo forte, mentre in questo possibile nuovo accordo gli Stati Uniti sarebbero uno dei tanti che entreranno nel gioco, senza avere un ruolo particolarmente di leadership”, afferma Pastori.
L’interesse per un’intesa fra Usa e Iran “mi sembra forte da entrambe le parti, in questo momento tutti hanno bisogno di tempo e l’accordo, il pre-accordo, questo tempo lo dà”. Lo ha detto a LaPresse Gianluca Pastori, ricercatore Ispi nell’area delle relazioni transatlantiche e docente di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa all’Università Cattolica del Sacro Cuore, riferendosi alla possibile intesa fra Iran e Usa di cui si discute in queste ore, che secondo quanto emerso dovrebbe essere un pre-accordo che rimanda a un secondo momento la discussione sul programma nucleare iraniano e su un accordo definitivo. “Questo pre-accordo è un modo per guadagnare tempo in un momento in cui tutti quanti hanno interesse a guadagnare tempo. Poi si firmerà l’accordo e le tensioni non verranno meno, continueranno ad esserci frecciate, Trump continuerà a minacciare, gli iraniani continueranno a dire ‘attenzione che chiudiamo Hormuz’. Non mi immagino che firmato l’accordo diventi tutto improvvisamente rose e fiori, però guadagnare tempo in questo momento serve a tutti”, ha aggiunto Pastori.
“Siamo pronti a rassicurare il mondo sul fatto che non stiamo cercando di dotarci di armi nucleari”. Lo ha dichiarato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, precisando però che la squadra negoziale iraniana “non scenderà a compromessi” quando si tratta del proprio “onore e della propria dignità”. Lo riporta Al-Jazeera citando media iraniani.
Il potenziale accordo fra Iran e Stati Uniti di cui si discute nelle ultime ore includerà l’impegno dell’Iran a non perseguire un’arma nucleare e Teheran ha accettato di rinunciare alle sue scorte di uranio altamente arricchito. È quanto riferiscono funzionari regionali. Secondo una fonte, con conoscenza diretta dei negoziati, le modalità con cui l’Iran rinuncerà al proprio uranio altamente arricchito saranno oggetto di ulteriori negoziati nel corso di un periodo di 60 giorni ed è altamente probabile che una parte della quantità venga diluita, mentre il resto sarà trasferito in un paese terzo, potenzialmente la Russia. L’Iran possiede 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60% di purezza, a un passo tecnico dal livello del 90% necessario per la produzione di armi, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).
Sempre secondo la fonte regionale, lo Stretto di Hormuz verrà gradualmente riaperto parallelamente alla fine del blocco statunitense dei porti iraniani. Inoltre gli Stati Uniti consentiranno all’Iran di vendere il proprio petrolio attraverso deroghe alle sanzioni, ha affermato un secondo funzionario informato sui negoziati, aggiungendo che l’alleviamento delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati saranno negoziati durante il periodo di 60 giorni. Entrambi i funzionari regionali hanno affermato che la bozza dell’accordo prevede la fine della guerra fra Israele e Hezbollah in Libano, nonché un impegno a non interferire negli affari interni dei Paesi della regione.
Il potenziale accordo fra Iran e Stati Uniti di cui si discute nelle ultime ore includerà l’impegno dell’Iran a non perseguire un’arma nucleare. Lo riferiscono fonti regionali.
A proposito dell’Iran e dell’accordo in via di definizione, Israele sta adottando un approccio “attendista”. È quanto ha dichiarato stamattina la ministra israeliana della Scienza e della Tecnologia, Gila Gamliel, membro del partito Likud di Benjamin Netanyahu e parte del suo Gabinetto di sicurezza nazionale, parlando alla radio dell’esercito.
“Riteniamo che una pace duratura in Medio Oriente non possa prescindere dalla stabilità del Libano”. Lo afferma il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in un intervento pubblicato dal quotidiano spagnolo Abc dal titolo ‘L’Italia nella crisi di Hormuz’. “Il Governo italiano – spiega il titolare della Farnesina – sostiene il dialogo tra Israele e Beirut mediato dagli Stati Uniti e si è offerto di ospitare interlocuzioni dirette tra le parti. Durante la missione in Libano dello scorso aprile, ho ribadito al presidente Joseph Aoun il sostegno italiano a un percorso che trasformi l’attuale tregua in un autentico processo di pace. Washington e Bruxelles considerano inoltre Roma un attore sempre più centrale nel rafforzamento della stabilità di Beirut, tema affrontato anche nel mio recente incontro al Ministero con il ministro degli Esteri libanese”.
“Manteniamo alta l’attenzione anche sulla sicurezza dei nostri militari impegnati nella missione Unifil, nella missione bilaterale Mibil e nel Comitato Tecnico Militare per il Libano, guidato dall’Italia”, prosegue Tajani aggiungendo che “parallelamente, continueremo a chiedere la protezione delle comunità cristiane nel Paese, a seguito delle violenze dei coloni estremisti israeliani contro villaggi del sud del Libano, compresi quelli a maggioranza cristiana. Il tema delle violenze dei coloni estremisti israeliani è stato affrontato anche a Bruxelles, dove con i ministri europei abbiamo appena avviato nuove e severe sanzioni nei loro confronti. Nella stessa sessione abbiamo approvato ulteriori sanzioni contro i terroristi di Hamas, il cui disarmo resta una priorità assoluta”. “L’Italia continua a monitorare con attenzione la situazione a Gaza e nei Territori palestinesi, mantenendo un ruolo attivo negli aiuti umanitari e nella futura ricostruzione, con l’obiettivo di arrivare a due Stati capaci di convivere in pace e sicurezza”, conclude quindi il ministro degli Esteri.
“La nostra interpretazione è che la crisi di Hormuz sia il riflesso di un conflitto più ampio, radicato in decenni di tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran. In questo scenario, continuiamo a sostenere che la via diplomatica sia l’unica possibile e ribadiamo che Teheran non può dotarsi di armi nucleari né di sistemi missilistici in grado di destabilizzare ulteriormente la regione”. Lo afferma il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in un intervento pubblicato dal quotidiano spagnolo Abc dal titolo ‘L’Italia nella crisi di Hormuz’.
Sul piano diplomatico, prosegue Tajani, “sono rimasto costantemente in contatto con il mio amico, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, che ho ricevuto a Roma pochi giorni fa. Condividiamo la necessità di preservare il legame transatlantico e di lavorare insieme per la pace e la stabilità internazionale. Ho inoltre confermato il sostegno ai negoziati in corso in Pakistan, che riteniamo fondamentali per mantenere aperta una via diplomatica. Ho mantenuto il dialogo anche con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, sottolineando la necessità che Teheran negozi ‘in buona fede’ e torni a collaborare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ricostruendo al contempo relazioni positive con i Paesi del Golfo”. “Nelle scorse settimane – conclude il vicepremier – mi sono recato anche in Cina per incontrare il ministro degli Esteri Wang Yi, al quale ho chiesto un ruolo più attivo di Pechino nella mediazione con Teheran. Parallelamente, Roma mantiene un contatto diretto con i partner regionali del Golfo, considerati interlocutori indispensabili per qualsiasi soluzione diplomatica duratura e per il futuro ripristino della libertà di navigazione nello stretto”.
“Per il nostro governo il blocco di Hormuz non rappresenta una semplice crisi regionale, bensì uno shock globale destinato ad avere ripercussioni sulla sicurezza energetica, sulla competitività industriale e sugli equilibri economici internazionali. Un rischio particolarmente rilevante per tutti i Paesi dell’area, ma anche per un Paese esportatore come l’Italia, le cui esportazioni rappresentano circa il 40% del Pil”. Lo afferma il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in un intervento pubblicato dal quotidiano spagnolo Abc dal titolo ‘L’Italia nella crisi di Hormuz’. “Lo Stretto – ricorda il titolare della Farnesina -, è uno snodo strategico del commercio mondiale: attraverso quel passaggio transita quasi il 20% del petrolio globale, un quarto delle esportazioni di gas naturale liquefatto e una quota significativa delle materie prime necessarie alle catene produttive internazionali. L’insicurezza delle rotte commerciali e l’aumento dei costi energetici hanno già iniziato a produrre effetti sulle famiglie e sulle imprese europee. Nonostante il rallentamento del commercio globale e l’impatto dei dazi, nel 2025 le esportazioni italiane sono comunque cresciute del 3,3%, confermando quanto la stabilità delle rotte marittime sia fondamentale per l’economia nazionale”.
“Ciò che ci preoccupa, tuttavia – prosegue Tajani -, non è soltanto l’impatto sull’industria nazionale. Destano forte preoccupazione anche le conseguenze per i Paesi più fragili dell’Africa e del Mediterraneo allargato. Attraverso lo Stretto di Hormuz passa infatti circa il 30% delle esportazioni mondiali di fertilizzanti, fondamentali per la sicurezza alimentare di molte economie vulnerabili. Il caso del Sudan, ancora colpito da una delle crisi umanitarie più gravi al mondo, è emblematico. L’aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti potrebbe compromettere le produzioni agricole, alimentare l’inflazione e aggravare instabilità, carestie e flussi migratori verso l’Europa”. “Per questo – ricorda il vicepremier -, all’inizio di maggio, ho convocato una riunione insieme al mio omologo croato, presidente di turno del Med9, invitando trenta Paesi del Mediterraneo, del Medio Oriente e dei Balcani, oltre alla Fao, per lanciare la ‘Coalizione di Roma per la Sicurezza Alimentare e l’Accesso ai Fertilizzanti’, un forum permanente volto a individuare soluzioni immediate e concrete”.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, parlando con Donald Trump, “gli ha detto che Israele manterrà libertà d’azione contro minacce su tutti gli scenari, incluso il Libano, e il presidente Trump ha ribadito questo principio”. Lo riferisce l’emittente israeliana Channel 12, citando una fonte politica.
“Dallo scoppio della guerra tra Iran e Stati Uniti, l’Italia si è attivata insieme ai partner europei, al G7 e agli organismi multilaterali per favorire la cessazione delle ostilità, garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz e ristabilire la stabilità in Medio Oriente. In questo quadro, il nostro Paese ha espresso la disponibilità a partecipare, una volta concluso il conflitto, a una coalizione internazionale a carattere difensivo per ripristinare la libertà di navigazione nello stretto”. Lo afferma il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in un intervento pubblicato dal quotidiano spagnolo Abc dal titolo ‘L’Italia nella crisi di Hormuz’. “Sul piano operativo, l’Italia è pronta a mettere a disposizione l’esperienza maturata nelle missioni navali europee nel Mar Rosso, nell’Oceano Indiano e nel Mediterraneo. In particolare, riteniamo necessario rafforzare la missione europea Aspides, che attualmente coinvolge soltanto Italia e Grecia nel pattugliamento del Mar Rosso per garantire la sicurezza del trasporto marittimo. Nella missione multilaterale che sarà avviata nello Stretto di Hormuz, l’Italia potrebbe contribuire alle operazioni di sminamento e alla sicurezza della navigazione commerciale”, afferma il titolare della Farnesina.
Il presidente Usa, Donald Trump, parlando con il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiarito che nei negoziati con l’Iran sarà fermo con la sua richiesta di smantellamento del programma nucleare iraniano e di rimozione di tutto l’uranio arricchito dal territorio iraniano. Lo riporta l’emittente israeliana Channel 12, aggiungendo che Trump ha detto che non firmerà un accordo finale che non includa queste condizioni.
“Accolgo con favore i progressi compiuti verso un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran. Abbiamo bisogno di un accordo che porti davvero una de-escalation del conflitto, riapra lo Stretto di Hormuz e garantisca la piena libertà di navigazione senza pedaggi”. Lo scrive su X la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. “All’Iran non deve essere permesso di sviluppare un’arma nucleare. Deve inoltre porre fine alle sue azioni destabilizzanti nella regione, sia direttamente che tramite intermediari, nonché ai suoi attacchi ingiustificati e ripetuti contro i Paesi vicini”, aggiunge von der Leyen, assicurando che “l’Europa continuerà a collaborare con i partner internazionali per cogliere questa occasione e giungere a una soluzione diplomatica duratura. E per contenere le ripercussioni di questo conflitto, in particolare sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi dell’energia”.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, questa sera una riunione del gabinetto di sicurezza in forma ristretta per discutere dell’accordo in fase di definizione tra Stati Uniti e Iran. Lo riporta il Times of Israel, citando un collaboratore di uno dei ministri che parteciperanno.
Il prossimo round di colloqui fra Stati Uniti e Iran potrebbe tenersi il 5 giugno. Lo riferisce Al-Arabiya citando fonti autorevoli. Secondo l’emittente, il potenziale accordo preliminare fra Iran e Stati Uniti si chiamerà ‘Dichiarazione di Islamabad’ e sarà un memorandum d’intesa che verrà annunciato dal Pakistan senza la necessità che le parti negoziali siano presenti, mentre appunto il prossimo round di colloqui si potrebbe tenere il 5 giugno.
Le agenzie di stampa iraniane Fars e Tasnim, entrambe legate ai Pasdaran, hanno pubblicato dei dettagli della bozza del memorandum d’intesa fra Iran e Stati Uniti di cui si discute nelle ultime ore. L’intesa prevedrebbe innanzitutto che gli Usa e i loro alleati non attaccheranno l’Iran e i suoi alleati, mentre Teheran si impegna a non sferrare attacchi preventivi contro obiettivi Usa e di loro alleati. Inoltre Washington dovrebbe revocare le sanzioni sul petrolio iraniano e verrebbe dichiarata la fine della guerra su tutti i fronti, Libano compreso.
Secondo Tasnim, sarebbe previsto anche “il ritiro delle forze combattenti Usa dall’area circostante l’Iran”. Nell’arco di 30 giorni dovrebbero esserci lo sblocco dello Stretto di Hormuz e la fine del blocco navale Usa sui porti iraniani e ci sarebbero 60 giorni per negoziati sulla questione nucleare. Su quest’ultimo punto, Tasnim sottolinea che al momento “l’Iran non ha assunto alcun impegno e la questione nucleare non è stata affatto discussa in questa fase”. Precisazioni vengono fatte anche a proposito della riapertura di Hormuz, che secondo Tasnim è subordinata alla fine del blocco navale Usa e anche “all’esecuzione di altri impegni degli Stati Uniti contenuti nel memorandum d’intesa”.
Sempre a proposito di Hormuz, Fars sottolinea che “sulla base dell’ultimo testo scambiato, in caso di potenziale accordo lo Stretto di Hormuz continuerà a essere sotto la gestione dell’Iran”. Inoltre Tasnim scrive che “nonostante gli annunci di alcuni media occidentali secondo cui lo status dello Stretto di Hormuz tornerà alle condizioni prebelliche entro 30 giorni, ciò che è delineato nel potenziale accordo non è un ritorno allo status precedente, ma piuttosto un ritorno alla possibilità di passaggio per il ‘numero di navi in transito’ al livello prebellico entro 30 giorni” e “in questo modo l’Iran sottolinea l’esercizio della propria sovranità sullo Stretto di Hormuz attraverso vari mezzi, i cui dettagli saranno resi noti”.
Altro punto indicato da Tasnim è che una parte dei fondi iraniani congelati dovrebbe essere sbloccata: per Teheran “qualsiasi accordo iniziale è subordinato allo sblocco di almeno una parte dei fondi”, scrive l’agenzia, aggiungendo che “notizie indicano che nelle ultime settimane gli Stati Uniti hanno tentato di legare lo sblocco di questi fondi a un potenziale accordo finale sulla questione nucleare, ma l’Iran ha sottolineato che almeno una parte di essi deve essere sbloccata fin dall’inizio dell’intesa”.
“Forse c’è la possibilità che nelle prossime ore per il mondo ci saranno delle buone notizie”. Lo ha detto il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, parlando durante la sua visita in India. Rubio ha tuttavia espresso cautela, sottolineando che nei negoziati sono stati compiuti “progressi significativi ma non definitivi”. Ha inoltre ribadito che Teheran non può avere l’arma nucleare.
Nessuna decisione verrà presa senza l’autorizzazione della Guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Lo ha dichiarato il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, a proposito del possibile accordo fra Usa e Iran. Lo riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars, agguiungendo che Pezeshkian ha detto anche che “quando viene presa una decisione in ambito diplomatico, tutte le istituzioni, le piattaforme e le correnti devono sostenerla affinché al mondo giunga una voce unitaria e coesa dall’Iran”.
Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha espresso al presidente Usa Donald Trump preoccupazione su due punti specifici dell’accordo in fase di definizione con l’Iran, cioè il rinvio dei negoziati sul nucleare a un secondo momento e il fatto che il cessate il fuoco in Iran sarebbe collegato a quello in Libano. È quanto riporta l’emittente israeliana Kan, citando fonti. Secondo Axios, il memorandum di intesa di cui si sta discutendo nelle ultime ore introdurrebbe una proroga del cessate il fuoco di 60 giorni e conterrebbe una clausola che porrebbe fine ai combattimenti anche in Libano. “Netanyahu ritiene, così come l’establishment della sicurezza israeliana, che gli iraniani stiano prendendo tempo e che tra altri 60 giorni il problema dell’intransigenza iraniana riemergerà”, riferisce Kan, citando una fonte secondo cui il rinvio dei negoziati sul nucleare implica che “la possibilità di un attacco all’Iran nel prossimo futuro, per cui il primo ministro Netanyahu ha insistito, è fuori discussione”. Sempre secondo l’emittente israeliana, il fatto che l’Iran avrebbe acconsentito a spostare le scorte di uranio altamente arricchito fuori dal suo territorio sarebbe per Israele un punto molto importante.
La Turchia è pronta a fornire ogni tipo di sostegno nella fase di attuazione di qualsiasi accordo possa essere raggiunto fra Iran e Usa. È quanto ha detto il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, nel colloquio telefonico avuto con il presidente Usa Donald Trump e diversi omologhi, durante il quale si è discusso degli sviluppi in Iran e Medioriente. Lo riporta l’agenzia di stampa turca Anadolu. Erdogan ha affermato che l’accordo con l’Iran sosterrebbe la stabilità della regione garantendo il libero passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz.
Il presidente Usa Donald Trump “aveva precedentemente dichiarato che i negoziati sul programma nucleare iraniano erano una delle condizioni principali e indispensabili per qualsiasi accordo. Tuttavia l’Iran non ha assunto alcun impegno e la questione nucleare non è stata affatto discussa in questa fase”. Lo scrive l’agenzia di stampa iraniana Fars, legata ai Pasdaran, secondo cui inoltre “l’affermazione di Trump secondo cui lo Stretto di Hormuz tornerà alla situazione precedente non è vera” perché “sulla base dell’ultimo testo scambiato, in caso di potenziale accordo lo Stretto di Hormuz continuerà a essere sotto la gestione dell’Iran”.
“Va notato che i funzionari americani hanno riconosciuto in diversi messaggi all’Iran che i post di Trump hanno principalmente scopi promozionali e sono destinati al consumo mediatico all’interno degli Stati Uniti, e hanno raccomandato di non prestare attenzione a queste dichiarazioni”, aggiunge Fars. a
“L’accordo che sta emergendo è negativo perché segnala agli iraniani che dispongono di un’arma non meno efficace delle armi nucleari, ovvero lo Stretto di Hormuz”. Questo il commento di un alto funzionario israeliano a ciò che sta emergendo dell’accordo fra Iran e Stati Uniti che sarebbe in fase di definizione, secondo quanto riporta l’emittente israeliana Channel 12. Secondo la fonte, coperta dall’anonimato, il presidente Usa Donald Trump ritiene che l’accordo sia puramente economico e preveda la riapertura dello Stretto di Hormuz senza che i progressi siano subordinati a concessioni sul programma nucleare.
A bordo della RFA Lyme Bay, ormeggiata al largo delle coste di Gibilterra, centinaia di marinai britannici attendono di essere dispiegati per una missione di sminamento nello Stretto di Hormuz, la cui realizzazione è ancora incerta. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha criticato aspramente gli alleati per non aver fatto di più per sostenere lo sforzo bellico degli Stati Uniti in Iran, il cui blocco dello stretto ha paralizzato il trasporto marittimo internazionale e fatto impennare i prezzi dell’energia. A marzo, Trump ha detto agli alleati della NATO di “andare a procurarsi il proprio petrolio” e di mettere in sicurezza lo stretto da soli. All’estremità meridionale della penisola iberica, nel territorio britannico d’oltremare di Gibilterra, la Royal Navy del Regno Unito si sta preparando a farlo – ma solo una volta raggiunto un accordo di pace. Il ministro delle Forze armate britannico Al Carns ha accompagnato un piccolo gruppo di giornalisti a visitare la RFA Lyme Bay mentre si prepara per una possibile operazione internazionale, guidata dal Regno Unito e dalla Francia, per mettere in sicurezza lo stretto. Mentre Carns parlava, la nave da sbarco anfibia, ormeggiata alle porte del Mediterraneo, veniva caricata con munizioni e droni marini da dragaggio minato dotati di sonar. Con un equipaggio di diverse centinaia di marinai, la RFA Lyme Bay salperà presto da Gibilterra per unirsi al cacciatorpediniere britannico HMS Dragon e alle navi alleate per il supporto aereo prima di attraversare il Canale di Suez verso il Golfo Persico. “Quale altro Paese è in grado di riunire 40 nazioni e trovare una soluzione per affrontare un problema complesso che non potevamo prevedere perché non eravamo coinvolti?”, ha chiesto Carns, rispondendo a una domanda dell’Associated Press su ciò che Trump vuole dal suo alleato britannico.
L’Iran potrebbe disporre di una “enorme” varietà di mine in tutto lo stretto, ha affermato la comandante Gemma Britton, responsabile del Mine and Threat Exploitation Group della Royal Navy. Le mine potrebbero essere a propulsione a razzo, cablate o posizionate sul fondale marino e attivate da suoni, movimenti o luce. Alla AP sono stati mostrati sistemi autonomi in grado di scansionare il fondale marino e l’acqua con il sonar in circa la metà del tempo necessario a un’imbarcazione con equipaggio per entrare e mappare i potenziali pericoli. I droni marini dotati di sonar producono un’immagine degli oggetti sott’acqua, dalle trappole da pesca alle condutture. L’immagine viene utilizzata per identificare le mine che possono essere esplorate con sistemi acustici avanzati e telecamere, ha detto Britton. “Alcuni dei sistemi presenti sulla RFA Lyme Bay possono essere caricati su un’imbarcazione più piccola che può essere lanciata e pilotata in modo autonomo dalla nave, che funge da nave madre, in attesa al di fuori di qualsiasi potenziale campo minato”, ha detto Britton. “Ciò riduce il numero di persone necessarie per entrare”, ha affermato. “Una volta individuata una mina, un sommozzatore con esplosivi posiziona normalmente una carica sulla mina prima di allontanarsi a nuoto per farla esplodere. Ma la RFA Lyme Bay sta testando un veicolo telecomandato che si immerge e rilascia una carica vicino a una mina prima di farla esplodere”, ha detto Britton. La priorità, ha detto, sarà quella di “liberare una corsia di transito nello stretto per consentire la partenza di circa 700 navi”. Verrà poi sgomberata una corsia in direzione opposta, consentendo alle navi di entrare, ha detto, ma ha aggiunto che lo sgombero dell’intero stretto potrebbe richiedere mesi o anni.
“Il Pakistan rimane fermamente impegnato a sostenere tutti gli sforzi sinceri volti alla pace duratura, al rispetto reciproco e alla stabilità regionale. I risultati di questi negoziati offrono motivi di ottimismo sul fatto che un esito positivo e duraturo sia a portata di mano, InshaAllah”. Lo scrive il ministro degli Esteri del Pakistan, Ishaq Dar, in un lungo post su X, a proposito degli sforzi per un’intesa fra Iran e Stati Uniti per scongiurare la ripresa del conflitto. Il Pakistan è Paese mediatore. “Il dialogo e la diplomazia devono prevalere sul conflitto e sullo scontro per la prosperità e la sicurezza collettive della nostra regione e oltre”, aggiunge il ministro.
Il capo della diplomazia pakistana ha affermato che il colloquio telefonico avuto dal presidente Usa Donald Trump “con i leader di Pakistan, Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Giordania, segna un passo significativo verso l’obiettivo comune della pace e della stabilità nella regione, nonché verso una rapida soluzione diplomatica, InshaAllah”.
“Nella mentalità romana, Roma era il centro indiscusso del mondo. Eppure gli iraniani mandarono in frantumi quell’illusione. Quando Marco Giulio Filippo (Filippo l’Arabo) marciò verso est contro la Persia, la campagna non si concluse con una vittoria romana, ma con una pace stabilita alle condizioni dei Sasanidi: l’imperatore dovette accettare i loro termini”. Lo ha scritto su X il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei.
“Il Khorramshahr di oggi è l’Iran, il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. La nostra nazione oggi, proprio come il popolo di Khorramshahr, temprato dalle battaglie ma coraggioso, ha resistito per giorni all’esercito invasore per dimostrare al mondo la forza del popolo iraniano. La resistenza, il sacrificio di sé e la respinta dell’aggressione sono radicati nella cultura di questa terra”. Lo ha scritto su X il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, paragonando Khorramshahr, principale città del Khuzestan invaso dall’Iraq di Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq durata dal 1980 al 1988, all’intero Iran.
“Mi congratulo con il presidente Donald Trump per il suo straordinario impegno a favore della pace e per aver tenuto” una “conversazione telefonica molto utile e produttiva con i leader di Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Pakistan”. Lo ha scritto su X il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, sottolineando che “il Pakistan proseguirà i propri sforzi di pace con la massima sincerità e speriamo di ospitare molto presto il prossimo ciclo di colloqui”. “Il feldmaresciallo Syed Asim Munir ha rappresentato il Pakistan durante la conversazione telefonica e apprezzo enormemente il suo instancabile impegno durante l’intero processo. Le discussioni hanno offerto un’utile opportunità per scambiare opinioni sull’attuale situazione regionale e su come portare avanti gli sforzi di pace in corso per instaurare una pace duratura nella regione”, ha aggiunto.
L’accordo che gli Stati Uniti e l’Iran sono in procinto di firmare prevede una proroga del cessate il fuoco di 60 giorni, durante la quale lo Stretto di Hormuz verrebbe riaperto, l’Iran potrebbe vendere liberamente il proprio petrolio e si terrebbero negoziati per limitare il programma nucleare iraniano, secondo quanto riferito da un funzionario statunitense. Lo riporta Axios, citando un funzionario statunitense che ha fornito una descrizione dettagliata della bozza. Durante il periodo di 60 giorni, lo Stretto di Hormuz verrà aperto senza pedaggi e l’Iran acconsentirà a rimuovere le mine che ha dispiegato nello stretto per consentire alle navi di passare liberamente. In cambio, gli Stati Uniti revocherebbero il blocco sui porti iraniani e concederebbero alcune deroghe alle sanzioni per consentire all’Iran di vendere liberamente il petrolio. La bozza di memorandum d’intesa chiarisce anche che la guerra tra Israele e Hezbollah in Libano finirebbe, aggiunge Axios. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe espresso preoccupazione riguardo a tale condizione durante una telefonata con Trump sabato, ha detto un funzionario israeliano. Ha inoltre espresso preoccupazioni su altri aspetti dell’accordo, ma ha esposto le sue ragioni in modo rispettoso e deferente, ha spiegato un funzionario statunitense. Il funzionario statunitense ha affermato che non si tratterebbe di un “cessate il fuoco unilaterale” e che, se Hezbollah tentasse di riarmarsi o di istigare attacchi, Israele sarebbe autorizzato ad agire per impedirlo. “Se Hezbollah si comporta bene, Israele si comporterà bene”.
Il memorandum di intesa tra Iran e Stati Uniti sbloccherà 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati all’estero. Lo riporta il New York Times, citando tre alti funzionari iraniani.
Il memorandum di intesa tra Iran e Stati Uniti dovrebbe porre fine ai combattimenti e riaprirebbe lo Stretto di Hormuz. Lo riporta il New York Times, citando tre alti funzionari iraniani. I funzionari hanno affermato che l’accordo fermerebbe i combattimenti su tutti i fronti, compreso il Libano. Hanno inoltre precisato che l’accordo si concentra sull’apertura dello stretto — compresa la revoca del blocco navale statunitense contro l’Iran e la libera circolazione del traffico commerciale senza che l’Iran imponga alcun pedaggio.
Uno degli elementi chiave dell’accordo proposto tra l’Iran e gli Stati Uniti è l’apparente impegno da parte di Teheran a rinunciare alle proprie scorte di uranio altamente arricchito. Lo riporta il New York Times, secondo quanto riferito da due funzionari statunitensi, secondo le quali che la proposta non ha risolto la questione di come esattamente l’Iran cederà le proprie scorte, rimandando i dettagli a un prossimo ciclo di colloqui sul programma nucleare iraniano.

