Cuba, Luz Escobar: “Ho speranza perché peggio di così non può andare”

Cuba, Luz Escobar: “Ho speranza perché peggio di così non può andare”
Luz Escobar

“Non vorrei un intervento esterno ma la situazione è disperata”, dice la giornalista in esilio

Nel 2014 Luz Escobar ha iniziato a lavorare a Cuba come giornalista indipendente per il media digitale 14ymedio, fondato dalla blogger e reporter Yoani Sanchez. Da quel momento le autorità de L’Avana l’hanno presa di mira fino a quando le minacce rivolte alle sue figlie di 15 e 12 anni l’hanno convinta a lasciare l’isola, da cui non se ne sarebbe voluta andare. L’occasione è stata l’assegnazione in Spagna nel 2022 del Premio internazionale di giornalismo di El Mundo. Da allora vive in esilio a Madrid da dove segue con preoccupazione le notizie che arrivano dal suo Paese. “La situazione peggiorerà“, dice in un’intervista a LaPresse, ma paradossalmente proprio questo “sta generando speranza perché le persone pensano: peggio di così non potrà andare, qualcosa dovrà accadere”.

La situazione dopo la cattura di Maduro in Venezuela

La reporter ricorda che le condizioni dell’isola erano già drammatiche prima della cattura da parte degli Usa di Nicolas Maduro e dell’interruzione dell’invio di petrolio e denaro da Caracas. Il presidente americano Donald Trump nelle scorse ore ha anche minacciato di varare dazi per i Paesi che vendono petrolio a L’Avana. “La gente lotta per sopravvivere con due ore di elettricità al giorno, non ci sono medicine, neanche l’aspirina” e “persone della mia cerchia, tra vicini o famiglie delle amiche delle mie figlie, sono morte, per mancanza di farmaci per la pressione o per il diabete“, racconta. “Cuba sta vivendo un collasso totale in tutti gli aspetti della vita, istruzione, salute, trasporti e anche a livello demografico per il massiccio esodo”, “ora il regime sta cercando l’appoggio del Messico ma questo non significherà l’arrivo dello stesso volume di petrolio che inviava Caracas“, riferisce Escobar, sottolineando poi che “il petrolio in questo caso non è tutto”, dato che “stiamo parlando di un’infrastruttura elettrica che anche con una gran quantità di petrolio a disposizione non funziona perché è obsoleta e il regime non sa come fare a rinnovarla“.

Cuba, Luz Escobar: “Ho speranza perché peggio di così non può andare”
Luz Escobar

“Ora i cubani riescono a vedere la luce in fondo al tunnel”

Lo scenario che si prospetta “genera molto timore nella gente”, racconta la reporter ricordando come i cubani abbiano già vissuto più volte questi picchi di crisi accompagnati da una speranza di cambiamento. “L’abbiamo vissuto durante il Periodo especial” con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, “o quando Fidel Castro ha lasciato il potere, poi quando è morto. L’abbiamo vissuto durante gli anni del disgelo con la presidenza di Barack Obama. Ma è sempre andata male. Con le proteste dell’11 luglio del 2021 la gente ha sperato che la dittatura sarebbe finita ma poi sappiamo quello che è successo dopo: più di mille prigionieri politici, migliaia di cubani in esilio, inclusi attivisti e giornalisti”, ricorda. “Ora la situazione peggiorerà ma quello che ho potuto percepire é che i cubani vedono tutto talmente tanto nero che paradossalmente ora riescono a vedere la luce in fondo al tunnel“.

“Le proteste non si fermeranno”

Secondo la giornalista “le proteste non si fermeranno“. “È difficile prevedere se torneranno a essere di massa come quelle dell’11 luglio 2021” ma comunque “andranno avanti, i cubani hanno scoperto nella protesta uno strumento, e lo continueranno a utilizzare, e hanno capito il potenziale di internet per mobilitare e generare solidarietà”. Al momento, ricorda, non ci sono leader dell’opposizione dentro Cuba e anche il Movimiento San Isidro di artisti e intellettuali ha “perso peso”, nonostante la “grande eredità che ha lasciato”. La società civile a Cuba non è organizzata perché “i Castro hanno smantellato tutto, partiti e associazioni”, e se le manifestazioni torneranno ad essere partecipate come quelle dell’11 luglio dipenderà da come ci si riuscirà a coordinare, dice. Escobar spiega di aver sempre sostenuto che debbano essere i cubani a mettersi d’accordo tra di loro e di non sperare in un intervento esterno, tuttavia afferma, “la situazione è disperata”.

“La gente ha bisogno che si smuova la scacchiera”

Quando hai l’acqua alla gola, e viene qualcuno a darti una mano, tu non gli chiedi che idea politica abbia, afferri la sua mano ed esci fuori dall’acqua”, “poi dopo puoi dirgli di andarsene”, riflette. “In una situazione di emergenza credo che a volte la gente quello di cui ha bisogno è che si smuova la scacchiera“, commenta. La reporter lamenta che “il regime abbia chiuso la porta a un’intesa tra cubani all’interno del Paese” e critica il fatto che la popolazione sia stata lasciata “sola” dalla comunità internazionale che “vede la situazione cubana attraverso il prisma dell’epica rivoluzionaria e romantica“, “per opportunismo e convinzioni ideologiche”. La infastidisce che la sinistra europea e internazionale attribuisca all’embargo statunitense tutte le colpe della situazione sull’isola. “Cosa ha a che vedere l’embargo con la repressione? L’embargo non giustifica ciò che sta accadendo a Cuba e molto meno la repressione della popolazione e la mancanza di democrazia”, dice, “sono stanca di spiegarlo, ci sono persone che possono permettersi il lusso di romanticizzare Cuba perché vivono in un Paese democratico, con un sistema sanitario che funziona, dove c’è l’elettricità, la connessione internet e dove possono viaggiare”.

“Ho recuperato la speranza ma a un prezzo molto alto”

Escobar ha 48 anni, ed è figlia di un giornalista indipendente che ha subito la repressione delle autorità cubane. “Mio padre da giovane era innamorato del progetto della rivoluzione, ma poi si è disilluso. Io non ho avuto tempo di innamorarmi di questo progetto perché sono cresciuta in una famiglia che ha vissuto la repressione, mio padre veniva picchiato dalle forze di sicurezza, mio zio è stato un prigioniero politico”, “io sono cresciuta in un ambiente critico con il regime, che rifiuta un sistema che non permette la libertà di espressione e di associazione”. L’essere diventata giornalista indipendente non è stato per lei un atto improvviso di coraggio, di voler sfidare il regime, quanto piuttosto, spiega, una conseguenza naturale. La reporter sarebbe voluta rimanere a Cuba ma, racconta, ha deciso di andarsene quando le autorità hanno cominciato a minacciare le figlie. “Non volevo”, spiega, “che pagassero le conseguenze delle mie scelte”. La domanda per lei più difficile a cui rispondere è se ha ancora speranza. Appena era arrivata a Madrid, ricorda, l’aveva persa del tutto. Oggi è diverso perché, dice, “tutto sta andando così male che non può andare peggio. Quindi sì ho recuperato la speranza, a un prezzo molto alto”.

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