Venezuela, Mario Burlò: “Prigione era come campo di concentramento, sembrava Guantanamo”

Venezuela, Mario Burlò: “Prigione era come campo di concentramento, sembrava Guantanamo”
Mario Burlò a Roma dopo il suo ritorno in Italia in seguito alla liberazione dal Venezuela (foto LaPresse/Emilio Orlando)

L’imprenditore torinese è rientrato in Italia dopo essere stato liberato insieme ad Alberto Trentini

Intervistato a Roma poche ore dopo il suo arrivo in Italia in seguito alla liberazione dal Venezuela, Mario Burlò racconta a LaPresse le condizioni di detenzione nel Paese sudamericano e il suo rapporto con Alberto Trentini, liberato insieme a lui dopo oltre 400 giorni di carcere a Caracas senza che gli venisse mossa una specifica accusa. “Con Trentini siamo stati in cella insieme. Noi tra l’altro non lo chiamavamo carcere, lo chiamavamo ‘campo di concentramento’: quello è un campo di concentramento, perché uscivamo con la maschera come a Guantanamo e le manette. Con Trentini ho un buonissimo rapporto. Lì avevamo tutti un buon rapporto perché eravamo solidali tra sequestrati”, ha raccontato l’imprenditore torinese. “Le condizioni del Rodeo 1 sono terrificanti“, ha aggiunto in merito al carcere dove è rimasto detenuto, ritenuto il più duro del Paese. “Tre metri e mezzo per due con una latrina centrale, un tubo dove lavarsi con l’acqua e nient’altro. Dove c’è la latrina, a mezzo metro mangi“.

“Stranieri sequestrati da Caracas per paura”

Quando è stato fermato a novembre 2024, ricorda ancora Burlò parlando con LaPresse, “in Venezuela in quel periodo, per paura, il governo” di Caracas “sequestrava tutti gli stranieri, moltissimi, almeno 97, di 34 nazionalità”. Ha poi aggiunto che adesso “ci sono circa 500 venezuelani nel carcere dove io ero sequestrato“.

“Emozioni fortissime, grazie al governo”

Provo emozioni fortissime in questo momento perché sono tornato a casa dai miei ragazzi, dai miei figli. Il pensiero profondo è per le tantissime persone sequestrate in Venezuela dal governo di Caracas, persone senza diritti, senza poter chiamare avvocati, senza poter parlare con i propri figli. Questo è deprimente da padre, da uomo e da italiano. Io ringrazio il governo per lo sforzo che ha fatto per liberarmi, l’ambasciatore e il console”, ha poi affermato l’imprenditore. All’arrivo in Italia “l’emozione è stata fortissima”, ha ribadito. “Al governo posso dare solo un messaggio: un gran ringraziamento. Sono fiero di essere italiano grazie a questo governo“.

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