A vincere la 'Global War on Terror' proclamata dal presidente George W. Bush dopo gli attacchi dell'11 settembre è stato Osama Bin Laden. Non ha dubbi Ibrahim Al Marashi, storico, professore associato al California State University di San Marcos

A vincere la ‘Global War on Terror’ proclamata dal presidente George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre è stato Osama Bin Laden. Non ha dubbi Ibrahim Al Marashi, storico, professore associato al California State University di San Marcos, e docente in diversi atenei tra cui la Cattolica e la Bocconi a Milano e la John Cabot University a Roma. La sua famiglia, di origine irachena, abita da anni negli Stati Uniti e la sua tesi di dottorato ad Oxford è finita suo malgrado al centro di un intrigo internazionale.

DOMANDA: Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan segna la fine della politica statunitense di esportazione della democrazia? RISPOSTA: Biden vuole perseguire l’inafferrabile ‘slancio’ verso l’Asia. Speriamo che rafforzi anche gli sforzi multilaterali per combattere il cambiamento climatico e il Covid-19. Resta da vedere se questa tendenza nella politica americana sarà istituzionalizzata.

D: La disfatta delle truppe regolari afghane ricorda la resa dell’esercito iracheno nel 2014?

R: La dichiarazione della ‘Guerra globale al terrorismo’ di due decenni fa ha portato a interventi americani in Afghanistan e Iraq, con conseguenze indesiderate. La ‘costruzione di nuove democrazie’ ha spinto gli Stati Uniti a ricreare le forze armate in entrambe le nazioni. Forze armate che poi non sono riuscite a far fronte ai vuoti di sicurezza creati dalle invasioni americane. L’intervento degli Stati Uniti ha portato alla sopravvivenza di organizzazioni violente invece di centrare l’obiettivo apparente di eliminare i gruppi terroristici e i loro affiliati. In Afghanistan i talebani hanno resistito e Al-Qaeda si è diffusa e si è ramificata in Iraq dopo il 2003, evolvendosi in Isis.

D: La ‘Guerra al terrorismo’ che conseguenze ha avuto nella vita dei musulmani-americani?

R: Alla fine di gennaio 2002 stava pranzando con un amico iraniano in un ristorante della mia città, Monterey in California. La cameriera ci ha sentito parlare in Farsi e ha chiesto: “Da dove venite?”. L’ho guardata e ho detto orgoglioso: “Io vengo dall’Iraq e lui viene dall’Iran”. “Se aveste un amico della Corea del Nord – ha risposto – a tavola ci sarebbe l’Asse del del Male”. Penso che si aspettasse che ridessimo o almeno sorridessimo, ma noi non eravamo affatto divertiti. La sera prima, il 25 gennaio 2002, Bush aveva coniato il termine ‘Asse del Male’ nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, facendo riferimento a Iraq, Iran e Corea del Nord. Era chiaro che gli Stati Uniti in cui ero cresciuto erano cambiati in peggio dopo l’11 settembre. Per quanto odi ammetterlo, però, queste definizioni funzionano. Le più recenti iniziative politiche americane contro gli stati ‘canaglia’ sono state definite con tre parole: ‘la guerra fredda’, ‘la minaccia rossa’, ‘Nuovo ordine mondiale’, l’Asse del male’ e la ‘Guerra al terrorismo’. Slogan che possono anche ritorcersi contro chi li ha pensati: la ‘Guerra al terrorismo’ suggerisce che solo una delle parti possa vincere. E in questo caso è Osama Bin Laden.

D: Dopo l’Afghanistan è stato invaso anche l’Iraq.

R: Una volta che l’amministrazione Bush ha creato il temibile ‘Asse del Male’, è stata in qualche modo costretta ad agire. E così è partita l”Operazione Iraqi Freedom’ come prosecuzione della ‘Guerra al terrorismo’. Una guerra motivata semplicemente assemblando tre slogan di tre parole.

D: C’è anche un suo involontario contributo in questa vicenda.

R: Nel febbraio 2003 ero a Monterey. Alle 5 di mattina un compagno di dottorato ad Oxford che lavorava alla Cnn mi chiama e mi dice: ‘Qui a Londra sei su tutti i media’. Che cosa avevo fatto? Nel settembre 2002 avevo scritto un articolo, intitolato ‘Sicurezza ed Intelligence in Iraq. Una guida e un’analisi’, poi pubblicato sulla rivista online Middle East Review of International Affairs. In vista della guerra in Iraq, il 30 gennaio, il governo britannico ha diffuso un dossier, intitolato ‘Iraq: la sua infrastruttura di occultamento, inganno e intimidazione’. Il primo ministro britannico Tony Blair aveva consegnato a Colin Powell, allora segretario di Stato americano, quello che pensava fosse un documento basato su materiale di intelligence originale. Il 5 febbraio, Powell ha presentato una relazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, citando il dossier britannico a sostegno delle prove americane che Saddam Hussein nascondesse armi di distruzione di massa. Il giorno seguente, il notiziario di Channel 4 nel Regno Unito ha rivelato che intere parti del dossier erano state copiate e la maggior parte proveniva dall’articolo che avevo scritto!

D: Chi se n’è accorto?

R: Un professore ha notato alcune similitudini nel linguaggio e ha visto che una virgola era stata utilizzata male in entrambi i testi.

D: Che cosa è accaduto dopo?

R: Sono stato chiamato a testimoniare davanti al parlamento che il governo Blair aveva plagiato e manipolato il mio lavoro. Stavo scrivendo della polizia segreta irachena per il mio dottorato a Oxford e delle loro attività durante la Guerra del Golfo del 1991, e il governo britannico ha utilizzato quel materiale aggiungendo ulteriori informazioni sulle armi di distruzione di massa irachene. Quella parte però non proveniva dal mio articolo. Anni dopo questa storia è finita anche in un film, ma purtroppo la mia parte non è andata a Di Caprio come speravo

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