Conflitto in Iran, dazi e crisi dello Stretto di Hormuz sono la tempesta perfetta ma “noi abbiamo puntato sulla crescita per evitare la stagnazione strategica” ed ecco perché “la scelta di Illycaffè è stata affrontare le crisi non usando solo la leva dell’aumento del prezzo ma appunto investendo nella crescita“. Lo dice a LaPresse Cristina Scocchia, amministratore delegato di Illycaffè, in occasione della presentazione a Venezia della sua ultima Illy Art Collection.
Illycaffè è main sponsor della Biennale Arte 2026. La collezione interpreta il tema della manifestazione ‘In Minor Keys’, scelto da Koyo Kouoh. Quattro artisti di fama mondiale appartenenti a tre generazioni diverse e provenienti da contesti culturali distinti – l’irlandese Alice Maher, la camerounese Werewere Liking, la sudafricana Thania Petersen e il britannico-bengalese Mohammed Z. Rahman – hanno esplorato il dialogo tra arte e quotidianità, trasformando un oggetto di tutti i giorni come la tazzina di caffè in uno spazio di narrazione, memoria e immaginazione.
Dalla Biennale Arte a Venezia, Scocchia delinea la roadmap dell’azienda triestina del caffè: “Vogliamo crescere a livello organico, vogliamo crescere in fatturato in Italia, in Europa e negli Stati Uniti e a livello globale. Questo più di ogni altra cosa ci permette di spalmare i costi fissi su una base più larga e di di essere più resilienti. Vogliamo continuare a investire, ad agire, a crescere per essere più padroni del nostro destino”.
“E’ così che noi cerchiamo di evitare la stagnazione strategica, senza tentennamenti o procrastinazione. Stiamo facendo la nostra parte con strategie orientate all’efficienza dei costi e soprattutto alla crescita internazionale. Tanto più sono alte le onde, tanto più la nave va governata e va spinta oltre la tempesta – osserva Scocchia – il prezzo del caffè verde, la nostra materia prima è sotto una spirale inflattiva che non si era mai vista prima nella storia”. Nel 2025 ha raggiunto 368 centesimi per libra, il triplo della media storica, che parte dal 1972. E sempre quei 368 centesimi per libra rappresentano il 50% in più del 2024. “Quando il costo della materia prima raggiunge questi massimi è inevitabile per le aziende subire una compressione significativa dei margini – dice Scocchia– le aziende e anche Illycaffè hanno avuto la necessità di adeguare i listini per riuscire a gestire questi costi in crescita esponenziale. Noi abbiamo sempre deciso di aumentare parzialmente il nostro listino, abbiamo scelto di tenere una parte dell’incremento del costo della materia prima sulle nostre spalle, comprimendo i nostri margini e riversando il maggior costo solo in parte sul prezzo finale. Perché vogliamo che il piacere e il gusto di un buon caffè non venga negato a nessuno”.
Il susseguirsi di notizie sul conflitto in Iran lascia tutti col fiato sospeso. Anche le aziende. “E’ ovvio – rileva l’ad di Illycaffè – che tutti ci auguriamo che la guerra e la crisi di Hormuz finisca al più presto. E’ sotto pressione tutta la supply chain a livello mondiale. E se è vero che il caffè non passa da Hormuz, però da Hormuz passano i fertilizzanti, fattore chiave per le piantagioni. Ecco perché il prezzo del caffè verde a New York è schizzato verso l’alto. E poi il trasporto su gomma è aumentato del 10-15%, l’energia elettrica è balzata già del 15% e il peggio se continua così lo vedremo durante i prossimi mesi. L’economia mondiale rischia la recessione, se non si trova una soluzione per aprire a stretto giro il canale e tutto quello che da Hormuz dipende. Tutti speriamo che nel giro di 6 mesi si possa tornare a una stabilizzazione del costo della materia prima. E si spera che scendere a 250 centesimi a libbra a fine anno non sia più un miraggio, ma un traguardo che il caffè verde può toccare”.
Intanto Illycaffè porta avanti il suo progetto di ricerca di un partner negli Stati Uniti per produrre in loco, un progetto che sta per realizzarsi: “Proprio in questi giorni – annuncia Scocchia – stiamo terminando la negoziazione e la stesura dei contratti. L’idea è al massimo tra uno o due mesi poter iniziare a produrre alcuni prodotti destinati al mercato americano proprio in Usa grazie a questo partner, con vantaggi anche rispetto alle problematiche logistiche attuali”.
Per l’azienda triestina guardare agli Usa non è tattica ma strategia: “E’ stata innanzitutto- dice Scocchia – la nostra intenzione strategica, a prescindere dalla conseguenza dei dazi e dalla crisi di Hormuz perché per noi il mercato americano è il secondo più importante, è il più grande a livello mondiale per quanto riguarda il caffè, quello che più apprezza il made in Italy e la qualità e noi rappresentiamo con orgoglio tutto questo”.
“Al di là della contingenza, avere un presidio produttivo negli Stati Uniti per i prodotti americani ha un grande senso – conclude Scocchia – le tensioni commerciali e geopolitiche hanno solo accelerato la nostra volontà di avere un presidio produttivo oltreoceano”.

