Iran, Confcommercio: “La guerra ferma la crescita del Pil italiano”

Iran, Confcommercio: “La guerra ferma la crescita del Pil italiano”

L’analisi mette in evidenza gli impatti e le conseguenze del conflitto, lo scenario peggiore potrebbe costare quasi 1.000 euro di potere d’acquisto a famiglia nel biennio 2026-2027. La Confederazione presenta nuovo logo e denominazione.

La guerra all’Iran ferma la, sia pur debole, crescita del Pil del nostro Paese. L’analisi di Confcommercio disegna un quadro ampio dell’economia italiana: “Debole da decenni per cause strutturali, mostrava segnali positivi prima del conflitto, con un’inflazione contenuta all’1,5%, consumi e Pil in moderata crescita. Torna ora sotto pressione per l’escalation geopolitica e la crisi energetica dovuta al blocco dello Stretto di Hormuz“.

Per Confcommercio – che ha presentato lo studio ‘La scommessa della crescita per superare la crisi’, diffusa in occasione del tradizionale Forum a Villa Miani, primo appuntamento in cui la confederazione si presenta con il nuovo logo e la nuova denominazione Confcom – tutti questi elementi “hanno cambiato radicalmente le prospettive; lo scenario peggiore, legato a un conflitto prolungato tra Usa e Iran, potrebbe costare quasi mille euro di potere d’acquisto per famiglia nel biennio 2026-2027, che si traducono in minori consumi, con effetti su crescita e occupazione”. Le nuove stime indicano una crescita del Pil limitata allo 0,3% nel 2026 e allo 0,4% nel 2027, ben lontana da quell’1% previsto prima della crisi. Il pericolo – avverte però Confcommercio – è quello di un “nuovo decennio di stagnazione economica“.

Lo shock internazionale – continua a spiegare Confcommercio – piomba ad aggravare debolezze strutturali interne. Il nodo principale è la cosiddetta “fisco-crazia”: un eccesso di tasse e burocrazia che frena investimenti e innovazione.

Negli ultimi decenni, la pressione fiscale è salita dal 25,3% degli anni ’60 al 42,2%, mentre la crescita è progressivamente rallentata fino a quasi fermarsi. Sul piano demografico, il Paese ha perso circa 9 milioni di giovani under 30 rispetto agli anni ’80. Una “glaciazione” demografica che riduce forza lavoro e potenziale produttivo. In questo contesto, l’aumento dell’occupazione femminile rappresenta una leva cruciale per rilanciare il sistema. E, torna a incalzare il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli nella conferenza stampa di presentazione dell’analisi dell’Ufficio studi, vanno affrontate le distorsioni nel mercato del lavoro causate dal “dumping contrattuale”. Nel terziario, circa 154mila lavoratori hanno minori con i cosiddetti contratti pirata, che si traducono in perdite fino a 8mila euro annui tra minore reddito e welfare. Un fenomeno che danneggia non solo i lavoratori, ma anche la concorrenza e le finanze pubbliche. “Non è una battaglia di parte, ma una battaglia sociale che richiede il contributo di tutti. Non certo interventi unilaterali, calati dall’alto”, dice Sangalli, che “su un tema così delicato” chiede “con urgenza un confronto con il governo“.

Confcommercio rivendica che il terziario resta comunque il motore dell’economia italiana, con quasi 4 milioni di posti creati tra il 1995 e il 2025. Il solo contratto del terziario firmato da Confcommercio riguarda quasi 2 milioni e mezzo di lavoratori ed è il contratto più applicato in Italia. E per questo chiede di introdurre alcuni principi di rappresentanza delle imprese: la storicità dell’organizzazione, la presenza di un sistema di welfare, il numero di rapporti di lavoro regolati dai contratti, l’appartenenza a organizzazioni internazionali.

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