Occupazione al massimo storico, ma il 23% dei dipendenti guadagna meno di chi percepisce il Reddito di cittadinanza. Tridico: "Segnali preoccupanti"

L’occupazione è al suo massimo storico ma circa 3,3 milioni di dipendenti sono sotto quel minimo salariale dei 9 euro lordi l’ora che ha occupato il centro del dibattito politico di questi mesi e il 23% dei lavoratori, part-time inclusi, guadagna meno di 780 euro al mese, scivolando più giù della soglia necessaria per ottenere il Reddito di cittadinanza.

Camera dei Deputati - Relazione Annuale del presidente Inps Tridico

Il presidente INPS Pasquale Tridico durante la relazione alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

A certificare la concretezza del problema del lavoro povero – all’alba dell’incontro tra Governo e parti sociali a Palazzo Chigi – è l’Inps nella Relazione annuale presentata dal presidente Pasquale Tridico, che definisce “preoccupanti” i segnali provenienti dalla dinamica salariale. I dati mostrano, nell’ultimo anno, un mercato del lavoro in netto miglioramento: il tasso di occupazione vola al 59,9% e, anche se è ancora lontano il target del 70% fissato nel marzo 2000 dal Consiglio europeo, segna un record, portando con sé il tasso di attività, che scavalla la soglia del 65% e sfiora i massimi storici.

Intanto, il tasso di disoccupazione scende all’8,4%, dopo il colpo di coda della pandemia che per alcuni mesi lo aveva fatto tornare a viaggiare su due cifre (un livello ancora inferiore comunque a quello raggiunto dopo la crisi dei debiti sovrani, quando si era avvicinato al 13%).

Ma il beneficio della crescita dell’occupazione non tocca tutti allo stesso modo, anzi “la distribuzione dei redditi all’interno del lavoro dipendente si è ulteriormente polarizzata” lasciando “strappi vistosi”, ha sottolineato Tridico.

Da una parte, la quota crescente di lavoratori che percepiscono un reddito da lavoro inferiore alla soglia di fruizione del reddito di cittadinanza, dall’altra un 1% dei lavoratori meglio retribuiti che ha visto un ulteriore aumento – di un punto percentuale – della loro quota sulla massa retributiva complessiva.

Inoltre, dei 257 Contratti nazionali che coinvolgono 4,5 milioni di dipendenti, il 10% delle retribuzioni mensili effettive è al di sotto della soglia di 1.500 euro e all’interno del perimetro stesso dei Ccnl si registrano “variazioni importanti”: la retribuzione media giornaliera per i dipendenti a full-time è pari a 98 euro, ma in 6 tra i contratti principali è inferiore a 70 euro (mentre nell’industria chimica è pari a 123 euro).

Disparità significative interessano anche i part-time, che hanno una retribuzione media giornaliera pari a 45 euro, che però risulta inferiore per i dipendenti di alcuni comparti artigiani come il metalmeccanico, il sistema moda e l’acconciatura/estetica, che guadagnano invece 40 euro al giorno. Sullo sfondo, inamovibile, rimane la questione del gender gap. È sempre l’Inps a segnalare come infatti la retribuzione media delle donne nel 2021 risulti pari a 20.415 euro. Una quota che non solo resta “sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti” ma che è “inferiore del 25% rispetto alla corrispondente media maschile”.

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