Per due volte il generale Luciano Garofano, all’epoca comandante del Ris di Parma, chiese di prendere parte a sopralluoghi nella casa dei Poggi e per due volte gli fu negata l’autorizzazione. È uno degli elementi che emerge dagli atti confluiti nella nuova inchiesta della Procura di Pavia sulla morte di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco, depositati con la seconda chiusura delle indagini, lo scorso 28 settembre, in cui Andrea Sempio è accusato dell’omicidio della ragazza. In quei giorni, indagato per l’omicidio della 26enne era Alberto Stasi, ad oggi condannato in via definitiva a 16 anni.
Il generale Luciano Garofano, nel 2007, chiese l’autorizzazione per poter prendere parte a un sopralluogo nella villetta dei Poggi in vista delle “operazioni tecniche”, in programma il 5 settembre nella casa della famiglia della vittima, insieme con i consulenti tecnici già incaricati del sopralluogo. In un verbale delle operazioni del 5 settembre, è messo nero su bianco che Garofano, pur presente, non era entrato nella villetta. Garofano inviò la richiesta alla pm di Vigevano Rosa Muscio, titolare del fascicolo delle prime indagini sull’omicidio, specificando che da parte della difesa di Stasi “nulla osta”. La richiesta successiva è dell’8 settembre dello stesso anno, con la quale Garofano chiedeva di prendere parte alle operazioni “in qualità di comandante del Reparto e di ufficiale di pg”, per il sopralluogo in programma il 12 settembre. In entrambi i casi, a respingere la richiesta fu Muscio. Al sopralluogo potevano prendere parte i legali dell’indagato – all’epoca Giovanni ed Eleonora Lucido – e i loro consulenti.
Con una memoria della difesa di allora di Stasi veniva però “manifestata la volontà di non consentire” la partecipazione di “persone diverse” dai consulenti tecnici nominati dal pm e di quelli autorizzati, “riservandosi di far valere l’invalidità delle operazioni in caso contrario”. E sempre dagli atti depositati per le nuove indagini emerge anche una memoria difensiva dei legali di Stasi, dell’agosto 2025, con cui si chiede alla Procura di Pavia di effettuare ulteriori accertamenti sul dispenser del sapone. “Fino al 2017, la difesa era convinta che sul dispenser del sapone liquido – repertato nel bagno al piano terreno di casa Poggi – vi fossero solo due impronte digitali, entrambe attribuite dal Ris ad Alberto Stasi”. Dalle analisi condotte sui reperti, ricevuti nel 2017, era però emerso che vi erano anche altre impronte digitali: il dottor Oscar Ghizzoni “aveva redatto una “apposita relazione tecnica” evidenziando che sul reperto erano “presenti molteplici contatti papillari sovrapposti evidenziati come impronte latenti osservate” di cui “solo due sono state attribuite a Stasi”. Eppure vi erano altre impronte digitali ritenute “frammentarie”, “scarsamente definite” e ritenute “non utili ad alcuna comparazione”. Di queste altre impronte, però, non erano state rese disponibili le fotografie: “Dunque non ci si era mai accorti che la situazione fosse ben differente da quella paventata dall’accusa“.
“Per anni si è consentito che passasse il concetto per cui su quel dispenser vi fossero solo due impronte digitali di Stasi”, un dato che, se in un primo momento non aveva destato preoccupazione per la difesa, in seguito era diventato “un grave indizio di colpevolezza a carico di Stasi”, che “si sarebbe lavato del sangue di Chiara” nel lavandino, “avrebbe proceduto a ripulire accuratamente il lavabo stesso, oltre che il sifone, il rubinetto, e avrebbe anche ripulito il dispenser del sapone, lasciando, nell’atto di riposizionarlo pulito, le sue due impronte digitali”.

