“Condannare all’ergastolo Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e a 17 anni gli altri tre 007 egiziani”. È la richiesta avanzata dal procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Sergio Colaiocco davanti alla prima Corte d’Assise di Roma nel processo per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano scomparso al Cairo nel gennaio 2016 e ritrovato morto pochi giorni dopo. Imputati gli agenti dei servizi segreti egiziani Tarek Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e Usama Morsi. L’udienza si è tenuta nell’aula bunker del carcere di Rebibbia.
“Non c’è stata alcuna collaborazione dell’Egitto. Non sono state rispettate una serie di convenzioni internazionali che servono a garantire agli indagati di conoscere il procedimento”. Con queste parole il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, ha espresso davanti ai giudici della Corte d’Assise le proprie critiche sull’atteggiamento delle autorità egiziane nel processo per l’omicidio di Giulio Regeni. Il magistrato è intervenuto nell’aula bunker di Rebibbia durante una sospensione della requisitoria dell’aggiunto Sergio Colaiocco. Lo Voi ha quindi richiamato le regole internazionali in tema di estradizione, evidenziando come si tratti di disposizioni in vigore da decenni e vincolanti per gli Stati coinvolti. “Ecco perché l’assoluta incredulità, da parte nostra, nelle mancate risposte dell’Egitto”.
Il Pm Colaiocco: “Giulio morto tra atroci sofferenze”
“Giulio è morto dopo atroci sofferenze. Ha sopportato tutto lucidamente, senza essere sedato, narcotizzato e senza alcun sollievo”. Così il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco nella sua requisitoria durante il processo per la morte di Giulio Regeni. Durante i vari passaggi è stata mostrata nell’aula bunker di Rebibbia l’autopsia su corpo del giovane ricercatore friulano, che ha restituito le immagini di un quadro definito “devastante”, con la complicità delle autorità egiziane “È su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. Ha scelto di proteggere gli aguzzini e di non chiamare a rispondere i propri funzionari per le atrocità commesse”, ha spiegato ancora il pm. Proprio da quelle radiografie, emergerebbero, secondo il rappresentante della pubblica accusa una lunga sequenza di torture. Colaiocco ha ricordato come i medici legali egiziani avessero individuato soltanto una frattura al braccio destro. Gli accertamenti svolti in Italia, invece, ne avrebbero documentate venti: cinque a carico dei denti e quindici delle strutture ossee. Un dato che, per l’accusa, evidenzia la gravità delle sevizie subite. La Procura sostiene inoltre che le lesioni sarebbero state provocate a più riprese, in quanto Giulio Regeni sarebbe stato interrogato, picchiato, e sottoposto a torture per una settimana.
“Giulio era preoccupato per la situazione in Egitto”. Lo ha spiegato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco durante la requisitoria nel processo a carico di quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni. In aula bunker a Rebibbia, il rappresentante della pubblica accusa ha richiamato un documento presentato dal ricercatore all’Università di Cambridge nell’ambito della valutazione dei rischi legata alla sua attività di studio. Nel testo, Regeni evidenziava la propria apprensione per il “contesto altamente instabile” del Paese nordafricano, mostrando “piena consapevolezza” delle tensioni politiche e sociali che nel periodo del suo omicidio c’erano in Egitto

