Minori in Italia, il report di Save the Children: “Nelle grandi città 1 giovane su 10 vive in zone disagiate”

Minori in Italia, il report di Save the Children: “Nelle grandi città 1 giovane su 10 vive in zone disagiate”

“Il 15,4% che vive in zone disagiate abbandona la scuola”

 Nelle grandi città, nascere e crescere in un quartiere piuttosto che in un altro fa la differenza. Bambini, bambine e adolescenti che vivono nelle aree vulnerabili sono più esposti al rischio di povertà e di dispersione scolastica e hanno minori opportunità di accesso a spazi verdi e servizi ricreativi, con conseguenze sulle possibilità di futuro di ciascuno/a di loro. È quanto emerge dalla ricerca “I luoghi che contano” pubblicata oggi da Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro. Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane un/a minore su dieci (il 10,3%, pari a circa 142mila minorenni) vive in un’area di disagio socioeconomico urbano (Adu). In queste aree – 158 in totale individuate da Istat – il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa.

 Il 15,4% di studentesse e studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado (più di uno/a su sette) ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media del 7,6% dei comuni delle città metropolitane; il 20,8% di chi frequenta l’ultimo anno delle medie è a rischio dispersione implicita (10 punti percentuali in più della media dei comuni dell’11%); più di un 15-29enne su 3 (35,6%) non studia e non lavora, rispetto al 22,9% della media dei comuni (+12,7 punti percentuali). Condizioni di fragilità evidenziate dall’analisi dei dati ufficiali, ma confermate anche da un’indagine campionaria inedita dell’Organizzazione, secondo la quale al 16,7% di studentesse e studenti dell’ultimo anno delle scuole secondarie di primo grado all’interno o in prossimità delle aree vulnerabili nelle grandi città è capitato di non disporre del materiale scolastico necessario a inizio anno (rispetto al 10,5% degli alunni delle scuole delle altre aree) e al 17,3% di non partecipare a una gita scolastica per motivi economici (contro il 7,6%). Inoltre, solo il 36,5% pensa che si iscriverà al liceo, 30 punti percentuali in meno rispetto al 66,9% di studentesse e studenti degli altri quartieri, a testimonianza del peso delle disuguaglianze sulle loro scelte.

 A pesare è anche lo stigma che avvertono: quasi la metà degli studenti delle periferie vulnerabili (49,1%) ritiene che il proprio quartiere sia giudicato negativamente dagli altri, contro il 29,5% dei ragazzi delle altre aree. Chi vive ai margini sperimenta anche una maggiore percezione di pericolo: solo una ragazza su due (51,9%) si sente al sicuro, contro il 75% delle studentesse di aree meno marginali. I ragazzi che frequentano scuole in zone fragili dichiarano di sentirsi felici (78,4%) e liberi (75,3%) e mostrano un senso di appartenenza forte nei confronti del proprio quartiere, facendo anche proposte chiare per migliorarlo: servizi di pulizia e raccolta rifiuti migliori (54,2%), più spazi di aggregazione per ragazze e ragazzi (32,6%), campetti e/o palestre (26%) e parchi più curati (27,9%).“Il municipio si divide in due anime che faticano a guardarsi: una zona considerata più ordinata e tranquilla, e una che porta sulle spalle una reputazione difficile da scrollarsi di dosso. Basta ascoltare i discorsi di chi vive da una parte per capire quanto quel confine, invisibile sulla mappa, pesi nella testa delle persone. Ci si guarda con diffidenza, come se si abitassero città diverse, dimenticando che si cammina tutti sullo stesso asfalto e si respira la stessa salsedine. È una divisione che ferisce, perché è inutile. Siamo lo stesso corpo, frammentato da pregiudizi che nessuno ha mai davvero scelto ma che tutti, in qualche modo, continuiamo ad alimentare”, ha raccontato A., in una delle interviste svolte nella ricerca tra pari.

Centoquarantaduemila bambine, bambini e adolescenti in Italia vivono nelle periferie fragili delle grandi città, dove spesso sono costretti a confrontarsi con gravi disuguaglianze socioeconomiche e territoriali. Per questo abbiamo voluto dedicare Impossibile, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, al tema delle periferie – ha dichiarato Daniela Fatarella, Direttrice generale di Save the Children – È proprio da questi luoghi che occorre partire per ridefinire le priorità politiche, perché un Paese in cui il destino di una bambina o di un bambino dipende dal quartiere in cui nasce è un Paese che non investe sul proprio futuro. Non sono più rinviabili interventi strutturali capaci di rimuovere gli ostacoli che limitano ingiustamente le opportunità dei minori e di contrastare la povertà educativa. Serve una strategia nazionale di rigenerazione urbana, dotata di risorse certe, che guardi ai territori con una ‘lente generazionale’, mettendo in rete realtà diverse e interventi complementari e valorizzi il potenziale dei giovani e delle comunità locali. E, come ci chiedono per primi i ragazzi, sono necessari più spazi pubblici dedicati a loro. In quest’ottica è fondamentale istituire presìdi socio-educativi nei territori più fragili: luoghi accessibili, sicuri e accoglienti, attivi durante tutto l’anno, dove ragazze e ragazzi possano partecipare, contribuendo anche alla programmazione, ad attività culturali, sportive, artistiche e ricreative, e ricevere supporto educativo, psicologico e sociale. Luoghi che offrano possibilità di crescita e di futuro”.

“15,4% che vive in zone disagiate abbandona scuola”

 Sul piano educativo si registrano le maggiori disuguaglianze tra ragazze e ragazzi tra i vari quartieri della stessa città, dove si arrivano a registrare divari pari a quelli tra Nord e Sud del Paese. Secondo un’elaborazione Istat per Save the Children, nelle aree svantaggiate il 15,4% degli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media complessiva dei comuni capoluogo (7,6%). Il divario più ampio (13,8 punti percentuali) si registra nella città di Venezia, dove gli studenti che hanno abbandonato gli studi o hanno ripetuto l’anno nelle Adu raggiunge il 21,7%, mentre la media cittadina si ferma al 7,9%. Differenze significative anche a Napoli (18,1% nelle Adu contro 9,8% della media cittadina) e a Cagliari (18,9% contro 9,7%). Distanze più contenute a Roma (10,8% contro 5,3%), mentre a Milano l’incidenza passa dal 14,3% al 7,6%.Un’elaborazione dei dati del Ministero dell’Istruzione e del Meritorealizzata dall’Organizzazione evidenzia inoltre che tra gli studenti della secondaria di I grado che frequentano scuole all’interno o in prossimità delle aree fragili, il 3,8% ha ripetuto l’anno scolastico, contro l’1,6% nel resto del comune; alla scuola secondaria di II grado si tratta del 6,2%, rispetto al 4,7% nel resto della città.

 A Torino il 37,6% nelle aree di disagio contro il 19% della città nel suo complesso (+18,6 punti percentuali), a Milano il 35,3% contro il 18,4% (+16,9 punti percentuali). Più contenuto lo scarto a Firenze, il 28,1% a fronte di una media cittadina del 17,4% (+10,7 punti percentuali), mentre a Roma è del 37,2% nelle ADU contro il 20,9%.Pur non potendo assumere un carattere predittivo, è interessante notare come sia quasi doppio anche il rischio di dispersione implicita[6] in terza media, al 20,8% nelle scuole nelle ADU o in prossimità rispetto alla media delle città metropolitane dell’11%. Disuguaglianze molto ampie a Bologna, dove il rischio di dispersione implicita alla fine delle scuole medie per chi frequenta una scuola nelle ADU o in prossimità raggiunge il 23,1%, rispetto a una media cittadina di appena il 6%, a Milano (21,1% contro 6%) e Firenze (22,2% contro 9%). Divari molto marcati anche a Reggio Calabria (21,9% contro 9,3%), Torino (20,9% contro 9,1%), Cagliari (21,9% contro 10,1%) e Venezia (16,7% contro 6,6%).

“A Roma in 30mila vivono in zone disagiate”

Nei 14 comuni capoluogo delle città metropolitane italiane un/a bambino/a su dieci (10,3%) vive nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (Adu) mappate da Istat. In totale sono circa 142mila. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo ospitano quasi il 73,5% dei minori che vivono nelle Adu. La sola città di Roma poco più di un quinto, più di 30mila 0-17enni. È quanto emerge dalla ricerca “I luoghi che contano” pubblicata oggi da Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro. Le aree vulnerabili si confermano le vere ‘periferie dei bambini’: qui infatti c’è una maggiore concentrazione di 0-17enni rispetto alla media dei comuni delle città metropolitane (16,7% contro 14,8%). E ci sono anche più neonati: i bimbi e le bimbe con meno di un anno sul totale della popolazione sono pari allo 0,71% nelle Adu rispetto a una media cittadina dello 0,64%.

 Nei quartieri fragili il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa (con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale), oltre 17 punti percentuali in più rispetto al 25% della media dei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane. Le disuguaglianze più marcate si registrano nel Sud e nelle Isole: a Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle Adu contro una media cittadina del 36,8%; a Napoli il 60,1% contro il 39,6%; a Cagliari il 42,2% contro il 22,1%. Anche nel Centro-Nord emergono forti divari: a Torino il 37,6% nelle aree di disagio contro il 19% della città nel suo complesso (+18,6 punti percentuali), a Milano il 35,3% contro il 18,4% (+16,9 punti percentuali). Più contenuto lo scarto a Firenze, il 28,1% a fronte di una media cittadina del 17,4% (+10,7 punti percentuali), mentre a Roma è del 37,2% nelle ADU contro il 20,9%.

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