“Stasera c’era molta paura nelle persone”. Simone Feder non gira attorno alle parole. A Rogoredo, due giorni dopo la sparatoria di Milano, costata la vita a un 28enne durante un controllo antidroga, la paura tra i tanti fantasmi che stazionano lungo la ferrovia e nel bosco alla ricerca di stupefacenti, non è più solo una sensazione latente ma si sente, si vede, pesa. In questa zona del capoluogo lombardo lunedì sera il ragazzo rimasto ucciso dai colpi esplosi da un agente di polizia aveva puntato una pistola, risultata poi una replica a salve di una Beretta 92.
Lo psicologo: “Offriamo cibo e vestiti, ma l’arma più potente è la relazione”
Feder è psicologo e coordinatore dell’area giovani e dipendenze della Casa del Giovane di Pavia. Da nove anni, ogni mercoledì sera, torna nella zona con un gruppo di volontari. “Offriamo cibo e indumenti – racconta – Portiamo biancheria intima”. Ma insiste: “La cosa più potente è un’altra. L’arma che è potente è la relazione”. In una fredda serata, di fronte al tabellone degli orari della stazione alla periferia della metropoli meneghina, immersa nel freddo e nella nebbia padana, lo psicologo con la pettorina arancione dei volontari racconta a La Presse: “Per parlare di Rogoredo devi viverlo. Gente come noi che l’ha vissuto da tanti anni chiede massimo rispetto perché qui bisogna avere i guanti bianchi per approcciare questa sofferenza”. Sofferenza che ha nomi e volti, non categorie: “Oggi si chiama Antonella, si chiama Maria, si chiama Giacomo, Giovanni. Domani non lo so”. Poi la frase che sposta il confine tra lo spettatore e chi sta dentro: “Potrei esserci anch’io”.
“Il boschetto della droga terra di nessuno dove regna la disperazione”
Il boschetto e il pratone lungo la massicciata dove, tra tralicci dell’alta tensione e giacigli improvvisati si alternano treni ad alta velocità e convogli carichi di pendolari, non vengono descritti come un teatro. Feder la definisce una terra di nessuno. “Qui la disperazione regna – aggiunge – La fatica di stare dentro queste fatiche, anche da parte di noi volontari, è sempre più pesante, soprattutto in questo periodo”. La sparatoria del 26 gennaio, spiega, ha irrigidito tutto: “Stasera c’era molta paura nelle persone”. Ma la risposta non è la fuga. “Noi non smettiamo di venire. Il nostro obiettivo è aiutarli”, dice. “Ricondurli un po’ a condurre la cura”. Non è un concetto astratto: “È provare a far accendere la lampadina del cambiamento. È costruire un aiuto con continuità, senza pretendere risultati immediati. È tornare anche quando la paura si allarga”. Feder rifiuta la scorciatoia del giudizio. “Nessuno ha scelto di venire qui. C’è tutta una sofferenza dietro. C’è una storia che merita rispetto”.
“I genitori ci chiedono aiuto”
E prova a spiegare cosa manca, prima ancora dello stupefacente: “Non hanno avuto le opportunità che abbiamo avuto noi. Non hanno relazioni che si ricordano di loro”. E spiega un dettaglio che, più di altri, racconta l’abbandono: “Ci sono persone qui che sono anni che non vengono chiamate per nome”. È anche per questo che, tra un panino e una coperta, i volontari fanno una cosa apparentemente piccola. “Ci ricordiamo di loro. Li chiamiamo. Stiamo”. E ribadisce: “La relazione è l’arma potente”. Perché in un posto dove si viene ridotti a funzione, consumo, numero, l’umanità diventa già un intervento. C’è poi l’altra realtà, quella che attraversa Milano e arriva fino alle case, ai telefoni che squillano, alle notti insonni. “Noi siamo qui anche per fare da ponte di speranza – racconta – Un filo rosso verso tutte quelle famiglie, quei genitori che ci chiedono aiuto. Per sapere dove sono i loro figli”. E, spiega senza attenuanti: “Per sapere se sono vivi o morti”.
A Rogoredo da tutta la Lombardia per eroina e cocaina
Intorno, la piazza lavora come un magnete. “È un hub – la definisce – Arrivano da tutta la Lombardia. Scendono dall’Intercity. Incontriamo gente di Bologna, di Genova. Arrivano con le metropolitane”. E la dinamica della ricerca della droga è semplice, spietata: “Sai che c’è. Sai di trovarla”. Anche i prezzi, osserva Feder, raccontano un mercato che si adatta e compete. “Oggi si abbassano i prezzi sempre di più. C’è concorrenza tra i venditori. Cercano di fidelizzare sempre di più i clienti. Si arrabbiano se vanno da altre parti”. Cifre sempre più basse per una dose di veleno da fumare, sniffare o iniettarsi in vena: “Dieci euro la nera, l’eroina. Trenta euro la bianca, la cocaina. La vendono a punte, si compra con le monete”. Un mercato ben preciso: “Qui non trovi hashish. Qui non trovi marijuana. Qui non trovi ketamina. Qui trovi solo la bianca e la nera”.
La paura che arrivi il Fentanyl
La paura, però, non è soltanto quella delle pistole e delle ritorsioni. È anche l’incognita di ciò che circola. “Noi non sappiamo neanche che sostanze ci sono”. Ed è qui che Feder nomina il rischio peggiore, quello che altrove ha fatto strage. “Fentanyl o fentanilli vari – racconta di controlli sul campo – Cerchiamo con degli stick che compriamo dall’America di capire che non ci sia roba diversa in giro. Perché sarebbe una distruzione di massa qui, una quarta guerra mondiale”.
L’intervista si chiude con un’immagine, forte, che inchioda la città, che vuole farsi vetrina del Paese ma che conserva al suo interno questi ‘non luoghi’, al suo doppio registro: “Siamo a 500 metri dall’arena del ghiaccio di Santa Giulia. Milano scorre, pattina, s’illumina per le Olimpiadi. Qui, invece, perde i pezzi. La vera vittoria è vincere i giochi di questa tremenda disperazione”, conclude. Il buio è appena calato ma lungo la massicciata i “fantasmi” della terra di nessuno vagano alla ricerca di un riparo dalla pioggia per passare la notte. Il giorno dopo gli spari, si spengono i riflettori su questo pezzo di città che la città non vuole vedere e nel buio, Rogoredo resta lì, con i suoi nomi e con chi, ostinatamente, continua a pronunciarli.

