Venerdì 13 Maggio 2016 - 16:15

Thyssen, da omicidio volontario a colposo: le tappe della vicenda

La Cassazione è chiamata oggi a decidere se confermare le condanne

Thyssen, da omicidio volontario a colposo: le tappe della vicenda

Una morte atroce, tra le fiamme. Così persero la vita Giuseppe Demasi, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Rocco Marzo, Angelo Laurino e Roberto Scola nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007. Erano operai della Thyssenkrupp, l'acciaieria di Torino teatro di una delle più grandi tragedie del nostro Paese. L'unico superstite è Antonio Boccuzzi, oggi parlamentare del Pd. La Corte d'Assise di Torino in primo grado aveva condannato l'ad Harald Espenhahn a sedici anni e sei mesi di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale. Una vittoria per il pool dell'accusa, costituito dai pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso della procura di Torino e per i familiari delle vittime, sempre presenti a ogni udienza. Al banco degli imputati, oltre all'amministratore delegato, c'erano anche Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento torinese, Gerald Priegnitz, membro del comitato esecutivo dell'azienda, assieme a Marco Pucci, e un altro dirigente Daniele Moroni, accusati a vario titolo di omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) oltre che di omissione delle cautele antinfortunistiche. Per Gerald Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri, erano state confermate le richieste dell'accusa: erano stati condannati a 13 anni e 6 mesi.

Solo per Daniele Moroni la Corte aveva aumentato la pena a 10 anni e 10 mesi, i pm avevano infatti chiesto 9 anni. Era la prima volta che in un processo per morti sul lavoro gli imputati erano stati condannati a pene così alte. La società ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni Spa, chiamata in causa come responsabile civile, era stata inoltre condannata al pagamento della sanzione di 1 milione di euro, all'esclusione da agevolazioni e sussidi pubblici per 6 mesi, al divieto di pubblicizzare i suoi prodotti per sei mesi, alla confisca di 800mila euro, con la pubblicazione della sentenza sui quotidiani nazionali 'La Stampa', 'La Repubblica' e il 'Corriere della Sera'. Era il 15 aprile del 2011. In secondo grado però la sentenza era stata ribaltata.

Il primo processo in Cassazione era partito il 24 aprile 2014 e il sostituto procuratore della Cassazione, Carlo Destro, davanti alle sezioni riunite del Palazzaccio, aveva chiesto che venissero confermate le pene di appello, ossia ridotte rispetto alla sentenza di primo grado. La corte di Cassazione, a sezioni unite penali, aveva invece deciso di rinviare gli atti alla corte d'assise d'appello di Torino per rideterminare le pene dei sei imputati. I giudici supremi, infatti, avevano deciso di confermare la responsabilità degli imputati ma avevano annullato senza rinvio una parte della sentenza di appello che riguarda una circostanza aggravante. A questo proposito si è espressa la Corte d'assise d'appello di Torino il 29 maggio 2015 riducendo le pene per tutti i sei imputati. Per l'amministratore delegato Harald Espenhahn la Corte aveva stabilito una condanna di nove anni e otto mesi di carcere, invece dei dieci anni inflitti dalla prima sentenza di secondo grado. I dirigenti Gerald Priegnitz e Marco Pucci erano stati condannati a sei anni e dieci mesi. Precedentemente la pena era di sette anni per entrambi. Per l'ex direttore dello stabilimento, Raffaele Salerno, la pena era stata stabilita in sette anni e due mesi al posto degli otto anni e mezzo decisi in secondo grado. Sette anni e sei mesi erano stati decisi per Daniele Moroni, nel primo appello condannato a nove anni e sei anni e otto mesi, invece di otto, per l'ex responsabile della sicurezza, Cosimo Cafueri. Contro questa sentenza i legali degli imputati hanno fatto nuovamente ricorso in Cassazione e da qui l'udienza di oggi.

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