Mercoledì 17 Febbraio 2016 - 16:30

Migranti, dalla guerra a Settimo Torinese: tre africani in fuga

Sadjo, Mamadou e Cheick hanno studiato e avrebbero trovato lavoro ma dopo due anni di attesa hanno avuto il diniego della protezione

Migranti, dalla guerra a Settimo: tre ragazzi costretti alla fuga

Una vita in fuga. Sadjo, Mamadou e Cheick non hanno mai smesso di scappare. Arrivano da alcune delle zone più martoriate dell'Africa (Mali e Senegal), sono scampati a diverse guerre, sopravvissuti nel deserto, hanno dormito nelle foreste e attraversato, su barconi malconci, il Mediterraneo fino a Catania. Poi, sono arrivati a Settimo Torinese al Centro d'accoglienza Fenoglio della Croce Rossa. Qui sono stati due anni nel limbo dei 'richiedenti asilo' e hanno imparato l'italiano, superato l'esame di terza media, studiato da meccanici e ottenuto la possibilità di un lavoro. Hanno trovato, finalmente, un po' di pace, che rischia, però, di rivelarsi illusoria. Perché Sadjo, Mamadou e Cheick rischiano di nuovo di dover partire. Hanno ricevuto dalla Commissione territoriale il diniego del riconoscimento dello status di rifugiato (come di una protezione sussidiaria o umanitaria), nonostante le vite nei loro Paesi d'origine siano in pericolo. Una decisione che li ha fatti immediatamente uscire dal progetto Sprar, il Sistema di protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati il cui coordinamento è affidato all'Anci. Proprio nel momento in cui sarebbe iniziata la fase della 'restituzione' al Paese che li ha accolti: lavorando e pagando le tasse (leggi l'intervista al responsabile del centro di Settimo Ignazio Schintu)

IL FRATELLO UCCISO DAI RIBELLI. Cheick Sagna è nato in Senegal 25 anni fa nella regione Casamance dove ha vissuto fino al 2011 quando scoppiò la guerra civile tra i ribelli per l'indipendenza e il governo di Dakar. "Vivevo con la mia famiglia. I ribelli - racconta - hanno picchiato e ucciso mio fratello maggiore perché si era rifiutato di andare a combattere. Un giorno sono venuti a prendere me, per paura ho detto di sì, mi hanno allora comunicato la data in cui sarebbero venuti a reclutarmi. Ma, prima del loro arrivo, sono giunti nel mio villaggio i militari del governo che, sostenendo fossi un ribelle, mi hanno prelevato insieme ad altri giovani e portato via con alcuni pullman". Cheick aggrotta la fronte, scandisce ogni passaggio. "Nel corso del viaggio la nostra carovana è stata attaccata da un'imboscata dei ribelli che hanno ucciso i militari del primo pullman. Io, sono riuscito a scappare rifugiandomi nella foresta dove sono rimasto molti giorni. Da lì ho poi raggiunto la città di Bignona. Qui, per guadagnarmi da vivere, ho fatto il facchino alla fermata degli autobus, sistemavo i bagagli sopra i pullman, fino a quando un giorno ho incontrato un autista maliano e gli ho chiesto di portarmi con lui. Sono stato in Mali, poi in Burkina e in Niger dove ho incontrato un uomo di etnia hausa che mi ha proposto di andare a lavorare in Libia". Cheick è finito così a Tripoli, "a lavorare - dice - in un magazzino per ricambi d'auto". In Libia è rimasto due anni: "Sono stato derubato di ogni avere e sono finito, per sei mesi, in una delle terribili prigioni del Paese in quanto clandestino".

IN CERCA DI PACE. "Sono riuscito a contattare il mio datore libico che ha pagato per farmi rilasciare. Ma io - racconta Cheick - volevo andarmene da Tripoli, volevo la pace, volevo andare in Algeria. Il datore, però, mi ha suggerito di andare in Italia. Così mi sono ritrovato in riva al mare a due ore di macchina da Tripoli, davanti a un barcone pronto a salpare. Avevo paura, non sapevo nuotare, sulla nave c'erano oltre 300 persone. Ho passato cinque giorni in mare.  Sono arrivato a Catania nell'aprile del 2014 e sono stato 3 mesi al Cara di Mineo, un luogo pieno di problemi e troppo affollato".

IL RISCHIO DELL'INVISIBILITA'. Francesca Basile lavora nel centro della Croce Rossa di Settimo ed è referente della Fondazione 'Comunità Solidale Onlus'. Ha seguito il progetto Sprar fin dall'inizio. "La Commissione territoriale - spiega - è l'organo che decide il diritto alla protezione: lo status di rifugiato di guerra dura cinque anni come la protezione sussidiaria (quando il richiedente è a rischio d'incolumità), la protezione umanitaria - a discrezione del questore - dura invece 2 anni. Con il diniego, ricevuto dai tre giovani, si dice che devono essere esclusi dai progetti e devono ritornare nei propri Paesi, ma tra Italia e Mali e Senegal non esistono accordi bilaterali. Rischiano quindi di diventare invisibili ai margini della società".

Non sono i soli, sono la punta dell'iceberg di un problema che rischia di diventare generalizzato. "Sadjo, Mamadou e Cheick - spiega Basile - sono risultati tra i migliori allievi e partecipanti del progetto, hanno tutte le carte in regola per un veloce inserimento lavorativo. L'agenzia del lavoro 'Quanta' ha fatto un bilancio delle loro competenze e un'analisi della domanda e offerta del mercato, con particolare attenzione a settori ignorati dagli italiani come saldocarpenteria navale e falegnameria". Basile spiega: "Hanno ricevuto offerte di lavoro concrete. E ora hanno paura di tornare nei propri Paesi, dove hanno rischiato la vita. Proprio adesso che avendo prospettiva lavorativa sarebbero entrati nella cosiddetta fase di restituzione".

SADJO E MAMODOU DAL MALI. Sadjo Sissoko ha 32 anni è nato in Mali nel Gao una delle otto regioni del Mali. Con la guerra è fuggito in Nigeria e poi in Libia. A Tripoli ha lavorato come giardiniere. "Non sono mai stato pagato e mi sono trovato in mezzo al conflitto in Libia. Dovevo scappare un'altra volta. Mi sono imbarcato a inizio maggio 2014 su una piccola nave diretta verso l'Italia. Due persone sono morte nel viaggio. Anch'io sono arrivato a Catania e sono rimasto al Cara di Mineo per due mesi. Poi, sono stato 'spedito' a Torino e a Settimo". Mamadou Somare ha occhi vivaci, è il più giovane del gruppo, maliano ha 22 anni. La sua passione è il teatro: "Recitavo già a Bamako, qui a Settimo ho avuto la possibilità di riprovare". Si è ritrovato in mezzo alla guerra nel Capodanno del 2012, i suoi familiari sono morti. Si è, allora, diretto in Algeria senza un soldo: "Mi sono fermato lì sei mesi, poi mi sono trasferito in Libia, dove ho vissuto per otto mesi facendo il manovale. E con lo scoppio della guerra a Tripoli sono di nuovo fuggito. L'8 aprile 2014 sono partito per l'Italia e dopo 2 giorni di mare sono arrivato a Catania. Sono stato al Cara di Mineo 4 mesi, vivevamo ammassati l'uno sull'altro".

DOVE ANDARE? Entrando nel progetto Sprar i migranti firmano un patto di accoglienza di diritti e doveri: vanno a scuola, hanno il medico di base, seguono 600 ore di formazione professionale. Nel loro caso si è trattato di un corso per operatori meccanici per la gestione di macchine utensili. Sadjo, Mamadou e Cheick non hanno mai avuto problemi con la legge. Con lo Sprar avevano ottenuto un permesso di soggiorno di 6 mesi prorogabile. Ma, un mese fa, la Commissione ha detto 'no' a qualsiasi forma di protezione. Ora si chiedono: "Dove andremo?". Scuotono la testa: "Basta fuggire, siamo umani come voi".

Scritto da 
  • Mauro Ravarino
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