È tra le voci più influenti del panorama contemporaneo ed è proprio attraverso la sua arte che ha rivela ancora le pieghe più oscure e luminose del suo tempo. Shirin Neshat, celebre artista iraniana di arte visiva, fotografa e regista, nel 2009 vincitrice del Leone d’argento per la miglior regia al 66° Festival di Venezia con il suo lungometraggio ‘Donne senza uomini‘, con le immagini ha raccontato (e continua a descrivere) le trasformazioni luminose e le gabbie oppressive, la libertà e la tirannia, i silenzi e le urla. Ospite a Parma di ‘Mi Prendo il Mondo’, l’evento culturale ideato dal Salone del Libro di Torino che mette al centro le giovani generazioni, ha firmato la regia di ‘Orfeo ed Euridice’ per il Teatro Regio, da questa sera in scena (23 gennaio) e in replica domenica 25, giovedì 26 e sabato 31 gennaio. Con lei abbiamo parlato anche della situazione attuale del suo Paese, l’Iran, e delle recenti proteste soffocate da una durissima repressione messa in atto dal regime.
Neshat, lei ha descritto Orfeo ed Euridice come “la storia giusta per me”. Può spiegarci che cosa intende?
Il materiale risuona con il mio lavoro, perché è costruito interamente su opposizioni che rimangono irrisolte. Nella nostra interpretazione, Orfeo ed Euridice non è un mito idealizzato, ma la storia di una coppia in crisi dopo una rottura condivisa. La loro relazione esiste in uno stato sospeso: tra intimità e ritiro, responsabilità e impotenza, attaccamento e perdita. Orfeo agisce troppo tardi, Euridice si ritira troppo; nessuna delle due posizioni è completamente giusta o sbagliata e nessuna decisione porta a una riparazione. Questa tensione irrisolta corrisponde strettamente al mio approccio artistico: sono interessata alle situazioni plasmate da frattura e incertezza, momenti in cui le persone sono costrette ad agire senza chiarezza o basi stabilite. Nella nostra messa in scena, il mondo sotterraneo non è un luogo mitico, ma uno spazio interiore, una continuazione dell’appartamento condiviso della coppia, dove il fallimento privato e il senso di colpa irrisolto diventano visibili. Vita e morte, interno ed esterno, memoria e presenza non sono separati, ma si sovrappongono. Il mito fornisce una cornice precisa per questo tipo di lettura. Permette alle contraddizioni di coesistere senza forzare la riconciliazione o la chiusura. Questa apertura, questo rifiuto di una risoluzione, è ciò che rende il materiale così vicino al mio linguaggio visivo e alla logica emotiva di questa produzione.
Quanto degli eventi contemporanei ha inserito in questa sua interpretazione?
Il mito di Orfeo ed Euridice non è legato a un momento storico specifico, ma è strutturalmente orientato al presente. Non racconta una storia fissa, ma mette ripetutamente in scena una costellazione di esperienze umane: perdita, colpa, paura, responsabilità e fallimento di una relazione sentimentale. Queste esperienze sono senza tempo e riappaiono in diverse forme storiche e personali. La discesa di Orfeo agli inferi non è un’avventura esteriore, ma un confronto interiore con il fallimento, il dubbio e i limiti del controllo. Lo sguardo proibito all’indietro non è una trasgressione mitologica, ma un’espressione di incertezza esistenziale: il desiderio di certezza in una situazione che non la consente. La crisi di Orfeo è psicologica, non eroica. Euridice non è una vittima passiva: il suo ritiro dalla relazione deriva da un profondo esaurimento interiore; la sua scomparsa segna sia una perdita che un limite a ciò che si può ragionevolmente pretendere. Cupido non funziona come una forza divina esterna, ma come un impulso interiore: favorisce l’attaccamento, la memoria e l’autoriflessione, mantenendo aperto il movimento tra desiderio e responsabilità senza risolverlo. Sebbene il mito in sé sia senza tempo, gli eventi contemporanei hanno plasmato la trama emotiva della nostra messa in scena. Esperienze reali di perdita, responsabilità e azione limitata, in particolare quelle che riguardano persone a me vicine, informano l’urgenza e la tensione della reinterpretazione. Il mito rimane urgente perché non offre alcuna soluzione. Al contrario, mette in scena una tensione relazionale ed esistenziale, consentendo una riflessione sulla responsabilità umana, sul dolore e sui limiti dell’azione, allora e oggi.
Che cosa rivela questo mito, sospeso tra cielo e terra, oppressione e libertà, sul momento storico attuale?
Il mito di Orfeo ed Euridice condensa esperienze umane fondamentali, come la perdita, il senso di colpa, la paura, la responsabilità e il fallimento. Queste esperienze non sono legate a un’epoca particolare, si ripetono in forme storiche in continua evoluzione. La storia di Orfeo che scende agli inferi per recuperare la sua amata descrive una crisi del soggetto; Orfeo perde Euridice, la perde una seconda volta e si ritrova con il proprio senso di colpa. La discesa agli inferi non è un’avventura esteriore, ma un confronto con il proprio fallimento. Il suo sguardo, rivolto all’indietro, non è una trasgressione mitologica, ma un’espressione della sua incertezza e del suo dubbio. Cupido non agisce come una forza divina, ma svolge un ruolo interiore, quello di impulso all’attaccamento, alla memoria e all’introspezione. In una lettura contemporanea, i personaggi vengono esposti proprio nel punto in cui si confrontano con le loro emozioni, i loro errori e i loro limiti.
L’Iran ha assistito a ondate ricorrenti di proteste di piazza. Solo negli ultimi 20 anni, sono scoppiate nel 2009, con il Movimento dell’Onda Verde, di nuovo nel 2019, poi nel 2022 dopo la morte di Mahsa Jina Amini e, ancora una volta, nei giorni scorsi. Nella maggior parte dei casi, i manifestanti sono molto giovani e sono donne, che, spesso, pagano il prezzo più alto. Questa presenza costante riflette perseguitare, resilienza e determinazione. A suo avviso, a quale risultato potrebbero portare queste nuove proteste?
Gli iraniani sono stanchi della mancanza di libertà, della corruzione, dell’oppressione, di un’economia devastante e desiderano una vita dignitosa e non credo che si fermeranno finché non la otterranno. Sfortunatamente, il risultato è stato che il regime ha usato ogni forma di forza e di brutalità per reprimere il suo popolo, ma prima o poi arriverà a patti con il fatto che il popolo non cederà. Queste proteste potrebbero fermarsi per un breve periodo, ma continueranno a perseguitare il governo e a metterlo in ginocchio.

Attraverso le sue opere e la sua arte, ha scelto di documentare la realtà, concentrandosi in particolare sulla prospettiva femminile. Pensa che l’arte abbia restituito alle donne la dignità che spesso viene loro negata?
L’arte non può creare uguaglianza, ma può spostare la percezione e l’attenzione. Rendendo visibili le donne, le loro voci, i loro corpi, le loro scelte, cerco di aprire spazi di esperienza e dignità che altrimenti verrebbero trascurati. Non si tratta di garantire un diritto astratto alla dignità, ma di prendere sul serio la loro esistenza, il loro agire e renderli tangibili. In Orfeo ed Euridice, era importante per me dare a Euridice più spazio di quanto il libretto consenta. Tradizionalmente, il mito si incentra su Orfeo come soggetto attivo, mentre Euridice rimane spesso una proiezione: un’amata, un oggetto di perdita o il catalizzatore delle azioni di Orfeo. Volevo mettere in discussione questo squilibrio. Interpretare la morte di Euridice non come destino, ma come un atto, è stato un modo per ripristinare la sua logica interiore e la sua autonomia. La perdita di un figlio funziona qui non come una spiegazione psicologica, ma come una rottura esistenziale, un evento che sconvolge le coordinate della relazione, del futuro e del significato. In molte vite, in tutte le culture, una perdita del genere segna un punto in cui il linguaggio viene meno e i legami diventano fragili. In questa lettura, il suo suicidio non è un melodramma, ma l’espressione di uno stato in cui sostegno, appartenenza e speranza sono svaniti. Euridice si ritira dal mondo e dalla relazione perché non riesce più a trovare uno spazio in cui contenere il suo dolore. Questa decisione rimodella le dinamiche tra i personaggi: il senso di colpa di Orfeo è legato al suo tardivo riconoscimento di non essere riuscito a percepire o ad accogliere il suo disagio interiore. Il mito diventa la storia di una coppia spezzata da una perdita che non riescono a integrare. Euridice acquista profondità non essendo più solo la ragione del viaggio di Orfeo, ma una figura con le proprie conseguenze interiori. La sua morte non è destino: è un limite radicale. Ed è proprio questo confine inflessibile che rende la storia così risonante per noi oggi.
L’arte può essere salvifica e un potente strumento di emancipazione e libertà. Protestare e scendere in piazza possono essere considerati una forma d’arte?
L’arte può essere curativa e un mezzo di emancipazione e libertà. Essa esiste in un dialogo costante con la realtà: elabora, condensa e riflette le esperienze, ma non le sostituisce. La brutalità della vita, la sofferenza delle persone reali non possono essere “riprodotte” attraverso mezzi artistici: proteste, rivolte o atti di resistenza sono azioni del mondo reale, non forme d’arte. L’arte può rendere questa realtà visibile, tangibile o comprensibile; può creare spazi di risonanza e consentire l’elaborazione delle esperienze, ma non deve mai essere confusa con la realtà stessa.
Cosa augura ai manifestanti che sono scesi in piazza nel suo Paese negli ultimi giorni? Quale messaggio o speranza vorrebbe condividere con loro?
Non ho un messaggio particolare, è difficile trovare parole da dire a coloro che hanno assistito a tale portata di atrocità. Posso solo esprimere la mia profonda solidarietà e il mio amore a coloro hanno perso i propri figli, gli amici e i propri cari e lodare il loro coraggio.

