A una settimana dall’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 resta il mistero degli ultimi tedofori che porteranno la fiamma olimpica allo stadio di San Siro, dove si terrà la cerimonia di apertura del 6 febbraio prossimo, e a Cortina d’Ampezzo dove verrà acceso un secondo braciere.
La scelta dell’ultimo tedoforo
Un futuro re e un altro incoronato sui campi di calcio. Ma anche nipoti illustri, dodicenni sognatori e liceali ignari degli sport sulla neve, persino uno psichiatra che si era candidato rispondendo ad un annuncio sul giornale. Non è mai stato facile, né tantomeno scontato, per gli organizzatori scegliere l’ultimo tedoforo dei propri Giochi. E chi pensa che solitamente la scelta debba per ‘onorabilità di servizio’ a cinque cerchi cadere su un atleta, famoso, medagliato, olimpionico e che ha fatto grande il Paese con le sue gesta, è fuori strada. Non sempre è accaduto, anzi, soprattutto quando si tratta di edizioni invernali si è usciti dal tracciato comune. L’immagine simbolo della cerimonia di apertura è ricca di storie curiose, tante anche da fuori programma. E chissà se anche per Milano-Cortina, edizione numero 25, non si vada controcorrente rispetto agli ultimi trent’anni di Winter Games nel corso dei quali si sono succeduti solo atleti d’Olimpia.
Dai reali di Oslo e Lillehammer al liceale 16enne in Giappone
I norvegesi a Oslo nel 1952 scelsero il nipote dell’esploratore e premio Nobel per la Pace, Fridtjof Nansen, mentre a Lillehammer ’94 l’onore fu affidato a Haakan, erede legittimo al trono di Norvegia che si issò fino in cima ai trampolini del Lysgardsbakken per celebrare padre Harald V e nonno Olav V, che i Giochi li avevano vissuti sul campo di gara. Nulla di più regale. Fuori dagli schemi classici anche i giapponesi che a Sapporo ’72 consegnarono l’ultima torcia ad uno studente liceale di 16 anni, Hideki Takada, amante della pallavolo, poco avvezzo con le discipline invernali ma ben allenato nella corsa (fece 103 scalini in 35” rispettando al centesimo i tempi stabiliti dai cerimonieri nipponici).
Ancora più simbolica e particolare la scelta dei francesi che ad Albertville ’92 invitarono un altro re, o meglio ‘Le Roi’, Michel Platini, la stella del calcio transalpino. Il 10 da tre Palloni d’Oro fece le scale del ‘Theatre des Ceremonies’ della città savoiarda mano nella mano con un promettente sciatore di appena nove anni, François-Cyrille Grange, fratello maggiore di quell’ancora più promettente Jean Baptiste che nel 2011 conquistò loro mondiale nel 2011 in slalom. Quattro anni prima a salire i gradini dell’onore gli organizzatori canadesi di Calgary ’88 scelsero una pattinatrice artistica alle prime armi, Robyn Perry, dodici anni a simboleggiare la gioventù e il futuro del movimento olimpico. A causa del segreto che circondava il nome di chi avrebbe acceso il calderone, la giovanissima protagonista sapeva solo vagamente cosa ci si aspettava da lei e non aveva immaginato le migliaia di persone sugli spalti che la guardavano. Venne annunciata come futura olimpionica mentre genitori increduli, posizionati in una tribuna speciale, non riuscivano a trattenere l’emozione.
Il tedoforo-psichiatra di Lake Placid 1989
Nel 1980 a Lake Placid toccò invece ad un medico dell’Arizona, Charles M. Kerr, psichiatra nella Marina degli Stati Uniti, con un incarico di tre anni su un sottomarino nucleare, il lanciamissili balistici USS ‘Ethan Allen’. Manifestò l’intenzione di portare la torcia dopo aver sfogliato un pagina di annunci, si iscrisse, venne selezionato insieme ad altri 25 uomini e 26 donne tra migliaia di candidati per l’ultima ‘staffetta’ e pochi giorni prima gli comunicarono che sarebbe stato lui ad accendere il calderone. Un uomo comune, con gli occhiali, baffuto, con una tuta giallo-rosso-arancione talmente stretta che l’azienda produttrice giapponese dovette fare delle modifiche last minute. Finiti i Giochi diventò una celebrità: tenne discorsi nelle scuole superiori e nei Rotary Club sul valore dello sport, alle corse podistiche lo facevano arrivare con la torcia e tutti applaudivano per lui. Ma non finì lì. In seguito avrebbe partecipato alle cerimonie di insediamento presidenziale di Ronald Reagan e George H.W. Bush. Anzi fu proprio Bush, in quanto ex studente della Yale University (si laureò in Economia nel 1948), a fare il colloquio con Kerr quando presentò domanda di ammissione al corso di laurea triennale.
Per il resto ai Giochi invernali l’accensione del tripode ha sempre visto come protagonista un olimpionico del Paese ospitante, una stella degli sport invernali che ha dato lustro alla nazione. La polemica scoppiata in Italia nelle ultime settimane sugli ‘olimpionici dimenticati’, tenuti fuori dal percorso per le strade d’Italia, non ha fatto che aumentare l’attesa su chi sarà ‘l’eletto’, l’uomo o la donna (o entrambi) che con la torcia ‘accenderanno’ ufficialmente i Giochi di Milano Cortina.
L’effetto sorpresa dell’ultimo tedoforo: i nomi che circolano
Per tradizione, il nome dell’ultimo tedoforo (in questo caso sono almeno due essendoci due bracieri da accendere ma potrebbero essere anche di più i fortunati) rimane segreto fino al momento dell’accensione per garantire l’effetto sorpresa dell’evento (indimenticabile fu quello ai Giochi estivi di Atlanta 1996 con Muhammed Alì che non si stacco mai dalla torcia ‘dominando’ il Parkinson). Tuttavia, nomi tra i più citati nelle speculazioni e nel dibattito pubblico ne circolano. Tra questi Alberto Tomba, indimenticabile eroe olimpico dello sci alpino, con tre ori e due argenti. Essendo una leggenda vivente degli sport invernali italiani, il suo nome è costantemente accostato all’atto conclusivo anche se ‘Albertone’ fu vero protagonista a Torino 2006: allora entrò allo stadio torcia in mano per passarla agli staffettisti d’oro di Lillehammer tra il boato della fola. Se poi si esula (ma neanche troppo) dagli sport invernali c’è Jannik Sinner considerato da molti il candidato ideale per il suo status di numero uno del mondo nel tennis e per il suo passato da giovane promessa dello sci alpino. La ‘finestra’ per poter coprire i ruolo senza stravolgere i suoi impegni agonistici ci sarebbe. Sempre che non ‘pesi’ la scelta di non prendere parte per due volte ai Giochi estivi. Si ipotizzano poi altri grandi nomi della storia olimpica italiana come Gustav Thoeni (ha ‘spoilerato’ dicendo che sarà uno degli ultimi ma chissà se non sia opera di depistaggio) o una combinazione di atleti che rappresenti il legame tra passato e futuro dello sport azzurro, a partire da Deborah Compagnoni o Karolina Kostner. A meno che Fondazione e Coni non abbiano trovato l’intesa per un nome fuori da ogni schema. Sono i Giochi della ‘prima volta’ (i primi ‘diffusi’ in due città e tre regioni, con due cerimonie e due bracieri). E allora perché non stupire.

