Il nuovo film dell'attore-regista 'Non sono quello che sono' nelle sale cinematografiche dal 14 novembre

“L’Otello di Shakespeare riletto esattamente com’è stato scritto, con la sola forza del dialetto a riportarlo al presente”. Edoardo Leo in ‘Non sono quello che sono’ torna nelle sale cinematografiche dal 14 novembre.

“Iago, Otello, Desdemona sono purtroppo ancora tra noi”, sottolinea l’attore-regista. “Un lavoro di traduzione che è durato molti anni e mi ha permesso di filmare Otello senza ‘toccare’ il testo, tranne per i tagli necessari, integralmente riportato. La cronaca attraverso un grande classico in cui il bene e il male si mescolano in un vortice di inganni, tradimenti e folle gelosia”.

A proposito di gelosia: “La tragedia di Otello non si può definire un dramma della gelosia. Chiamarlo così è un inganno clamoroso. Essere gelosi perché si pensa che la partner possa innamorarsi di un altro è una cosa, controllare il telefono invece non è gelosia: manca il neologismo per questa nuova fase”. ‘Non sono quello che sono’ è un film di Edoardo Leo. Interpreti Edoardo Leo nei panni di Iago, Jawad Moraqib (Otello), Ambrosia Caldarelli (Desdemona), Antonia Truppo (Emilia), Matteo Olivetti (Michele), Michael Schermi (Roderigo), Vittorio Viviani (Dogge). La regia è di Edoardo Leo, prodotto da Fulvio e Federica Lucisano per Italian International Film Matteo Rovere e Sydney Sibilia per Groenlandia in collaborazione con Edoardo Leo per Alea Film.

“Nella scrittura dell’Otello non ci sono didascalie – aggiunge Leo – quindi volendo fare un’operazione di traduzione pura, senza toccare il testo, quello che potevo fare era lavorare negli spazi tra le parole. Avevo letto una bellissima intervista di Claudio Abbado a cui chiedevano che differenza c’è fra un direttore d’orchestra e un altro se lo spartito è sempre quello. Lui rispose che le note le suonano tutti perché sono sempre quelle ma la differenza non sono le note ma gli spazi fra le note, lì c’è l’infinito”.

“C’era una sfida da vincere: riuscire a fare un film profondamente realistico, sempre con la macchina a mano, girato in luoghi volontariamente vuoti, il castello, le spiagge, i ristoranti, le strade. Parlano solo i personaggi perché volevo che la lingua fosse protagonista. Il mio Iago che interpreto è l’esasperazione di un narcisismo con la voglia malata di manovrare le persone”.

Razzismo, violenza, invidia sociale, maschilismo, femminicidio, un’indagine sul male di una modernità sconcertante per una drammaturgia che ha più di 400 anni.

“In un viaggio che ho compiuto nelle università ho scoperto che il 99% delle ragazze in sala aveva subito un episodio di molestia, verbale o fisica su posti di lavoro, sull’autobus, in metropolitana, ovunque: scoprire quanto le donne siano tragicamente allenate a difendersi fa riflettere. Nelle università ho capito che questa generazione, dipinta in maniera un po’ frettolosa come distratta, superficiale, vittima dei social è secondo me migliore della nostra perché più informata, più curiosa, più attenta a certi temi”. 

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