Ci siamo. Dopo una lunga attesa non senza polemiche è arrivato, un po’ a sorpresa, il via libera in Conferenza Stato Regioni al nuovo Piano pandemico nazionale. Un documento che copre il periodo 2025-2029 e che punta a far tesoro della lezione dell’ultima pandemia, con l’obiettivo di consentire all’Italia di fronteggiare le minacce di patogeni respiratori a maggiore potenziale pandemico. Obiettivo, come sottolinea ‘Quotidiano Sanità’, rendere il sistema sanitario più flessibile e capace di adattarsi a scenari diversi.
“Il Piano pandemico si fonda su un principio chiaro: garantire sicurezza, trasparenza e coordinamento tra tutti i livelli istituzionali“, ha commentato il ministro Orazio Schillaci. “Il governo ha stanziato oltre 1,1 miliardi di euro per potenziare prevenzione, capacità di laboratorio e scorte strategiche, consolidando il coordinamento tra livello nazionale e territoriale”, ha puntualizzato.
Il Piano punta a garantire una risposta tempestiva e coordinata tra livello nazionale e territoriale a tutela della salute di cittadini e operatori sanitari introducendo un insieme di innovazioni: digitalizzazione dei sistemi di monitoraggio epidemiologico, utilizzo avanzato dei dati per la prevenzione, rafforzamento delle piattaforme di sorveglianza e sviluppo di protocolli flessibili e adattivi. Soluzioni che permetteranno una risposta più rapida, efficace e mirata in caso di futura emergenza, assicura Lungotevere Ripa.
La pandemia più probabile e quella più insidiosa
“Più che concentrarci sulle tempistiche, sposterei il focus sull’importanza che sia arrivato un nuovo Piano pandemico e che si stia lavorando sull’essere preparati”, commenta Cristina Mussini, presidente Simit. “Insieme alla Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) e alla Società Italiana di Medicina del Soccorso (Simeso) stiamo creando una rete per essere pronti sul campo a far fronte ad eventuali nuove pandemie”.
Se il focus del nuovo piano è legato ai patogeni respiratori, “la pandemia più probabile in futuro resta comunque quella influenzale”, dice Mussini. “Questo è legato allo shift antigenico, ovvero un riarrangiamento antigenico del virus che lo rende completamente nuovo per il sistema immunitario, attraverso cambiamenti delle sue molecole superficiali. Eventi di questo tipo si verificano mediamente ogni 30-40 anni. E infatti molti esperti si aspettavano una pandemia influenzale” ai tempi di Covid-19.
“Le pandemie causate da virus respiratori risultano più gravi perché si diffondono con maggiore facilità tra le persone, rendendo il loro impatto simile o paragonabile a quello osservato con Covid”, aggiunge la specialista.
Ma esistono anche altre possibili pandemie: quelle “legate a virus trasmessi per contatto diretto, ad esempio il vaiolo delle scimmie (mpox), che però coinvolgono generalmente un numero inferiore di persone proprio perché non si trasmettono per via respiratoria. Un altro esempio è il virus Nipah, trasmesso dai pipistrelli della frutta, che rappresenta una minaccia emergente. È però importante affrontare questi temi senza creare allarmismo, soprattutto nel contesto storico attuale, mantenendo un approccio basato su informazione corretta e preparazione”, dice la presidente Simit.
Gli interrogativi dell’epidemiologo
“Ben venga un piano pandemico anche se dal punto di vista scientifico le domande sono molte”, dice a LaSalute di LaPresse l’epidemiologo del Campus Bio-Medico Massimo Ciccozzi.
“La sanità non ha bisogno di più regole, ha bisogno di più leadership. Con questo Piano siamo a livello nazionale capaci di affrontare una nuova pandemia? Teniamo conto dell’enorme crisi del sistema sanitario oppure continuiamo a rincorrere soluzioni emergenziali? L’attuazione di un piano non è solo un problema di risorse, ma di come vengono governate. Non è solo una questione di organizzazione, ma di visione strategica nel lungo periodo: il rischio è di continuare a investire senza trasformare davvero il sistema”.
Le richieste delle Regioni
Sul fronte dell’intesa da un lato, le Regioni hanno chiesto di assicurare che le risorse destinate al rafforzamento della governance regionale possano essere utilizzate per il reclutamento di personale anche in deroga ai tetti attualmente previsti, operando in modo analogo a quanto già avvenuto con la Legge di Bilancio del 2025 per il settore delle dipendenze.
La seconda richiesta riguardava la possibilità per le Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e Bolzano di essere ammesse alla ripartizione delle eventuali ulteriori risorse che si rendano disponibili per l’attuazione del Piano Pandemico, considerando che si tratta di perseguire sempre obiettivi sanitari strategici a livello nazionale.
Le novità, i fondi e i tempi
Sul piano finanziario l’Accordo approva i criteri di riparto delle risorse previste dalla legge di bilancio: 50 milioni per il 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a decorrere dal 2027. Le risorse saranno ripartite tra le Regioni sulla base della popolazione residente al 1 gennaio 2024 e dovranno essere utilizzate esclusivamente per le attività finalizzate all’attuazione del Piano.
Regioni a statuto speciale e Province autonome dovranno comunque attuarlo sull’intero territorio di competenza, con risorse a carico dei propri bilanci, mentre per la Sicilia valgono le quote di compartecipazione previste dalla normativa vigente.
Entro 90 giorni dalla stipula dell’Accordo, Regioni e Province autonome dovranno trasmettere al ministero della Salute la delibera di recepimento del Piano con il cronoprogramma per le prime azioni. Entro nove mesi dovrà arrivare un secondo cronoprogramma per le ulteriori azioni. Dal 2027 scatteranno le relazioni di attività e finanziarie, con l’indicazione delle spese sostenute e degli obiettivi raggiunti.
Il coordinamento centrale
A garantire il funzionamento del sistema sarà un Comitato di coordinamento. “Non è solo una struttura di raccordo, ma un vero e proprio snodo decisionale: spetta a questo organismo valutare la coerenza dei piani regionali, esaminare le relazioni annuali e, di fatto, determinare le condizioni per l’accesso alle risorse”, segnala Quotidiano Sanità.
Il Piano pandemico prevede una serie di atti successivi che dovranno essere adottati dal ministero della Salute. Tra questi, la definizione delle modalità con cui il sistema sanitario dovrà rimodulare le proprie attività in caso di emergenza e l’elaborazione di scenari operativi legati agli interventi non farmacologici, dalle mascherine alle chiusure fino allo smart working. Misure che hanno impattato direttamente sulla popolazione nell’ultima pandemia.
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