“A 6 anni da Covid lavoriamo come in pandemia”, la denuncia degli infermieri

“A 6 anni da Covid lavoriamo come in pandemia”, la denuncia degli infermieri
Foto Cecilia Fabiano/ LaPressepazienti non vaccinati

Nella Giornata nazionale in memoria delle vittime del coronavirus l’analisi del segretario nazionale Nursind.

Turni massacranti, stress e aggressioni complicano il lavoro degli infermieri. Con il risultato di rendere questa professione sempre meno appetibile. E a pagare non sono solo questi operatori, ma anche i cittadini in cerca di cure: da anni l’Italia è ben al di sotto rispetto alla media Ocse di 9,5 infermieri per mille abitanti.

“Inutile girarci intorno: sono passati sei anni e noi, spiace dirlo, non siamo ancora usciti da Covid-19. Ci siamo dentro, nel senso che stiamo lavorando a tutti gli effetti in regime pandemico”, sottolinea in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime del coronavirus il segretario nazionale del Nursind, Andrea Bottega.

Medici e infermieri morti per Covid

Stando a Fnomceo sono 383 i medici morti per Sars-Cov-2, mentre sarebbero oltre 90 gli infermieri che hanno perso la vita in pandemia. Ma per questi professionisti della sanità l’emergenza continua.

Le proroghe che fanno male agli operatori

“Basta scorrere le misure del decreto Milleproroghe da poco licenziato dal Parlamento per farsi un’idea: tanto per cominciare c’è la proroga al 31 dicembre 2029 della norma emergenziale che permette l’esercizio temporaneo della professione di sanitario e socio-sanitario con titolo di studio conseguito all’estero, in deroga al riconoscimento da parte del ministero della Salute. Ciò significa che per altri 48 mesi si continuerà a esercitare senza dare la giusta e doverosa attenzione alla qualità delle cure”, chiarisce Bottega. 

“Che dire poi di un’altra proroga di peso, quella per gli incarichi ai medici specializzandi senza passare per i concorsi, come se veramente fossimo ancora nel pieno dell’emergenza pandemica?”, si chiede il leader Nursind.

Piano pandemico e Case di comunità vuote

Nel frattempo “il nuovo Piano pandemico non è ancora realtà e l’Italia non ha affatto centrato l’obiettivo del potenziamento delle terapie intensive con i quasi 6mila nuovi letti aggiuntivi previsti. Siamo passati dal decreto Rilancio del 2020, che aveva programmato la realizzazione nel giro di meno di un anno di 7.656 letti in più di terapia intensiva e sub-intensiva, agli obiettivi via via sempre meno ambiziosi del Pnrr, con l’asticella che si è abbassata a 5.922 posti letto complessivi in più (2.692 di terapia intensiva e 3.230 di semi-intensiva) come target minimo da raggiungere entro giugno di quest’anno”.

Un risultato oltretutto difficile da realizzare “se appena il mese scorso ne mancavano all’appello ancora quasi 1.700”.

Insomma, “al dolore per le vittime mietute dal virus di Covid-19 pure tra i nostri colleghi, infine, si aggiunge la beffa di una medicina territoriale che stenta a decollare. Ma davvero ci si illude ancora di farcela senza gli infermieri, visto che ne mancano all’appello 9.600 dei 20mila previsti per le Case della comunità? Prima le istituzioni prendono atto che Covid è finito da un pezzo – chiosa Bottega – prima si cominceranno a programmare interventi strutturali”. A tutela del lavoro degli infermieri ma anche della salute degli italiani.

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