Stimolazione cerebrale contro il Parkinson, le novità e l’identikit dei pazienti

Stimolazione cerebrale contro il Parkinson, le novità e l’identikit dei pazienti

Dalle mini-scosse ‘intelligenti’ ai biomarcatori genetici che aprono la strada a terapie innovative contro il Parkinson. Il focus del Gemelli.

Dalle mini-scosse ‘intelligenti’ ai biomarcatori genetici che aprono la strada a terapie innovative contro la malattia di Parkinson. A trent’anni dal primo impianto italiano di stimolazione cerebrale profonda, gli specialisti del Policlinico Gemelli fanno il punto sulle novità in arrivo e gli ultimi studi contro questa patologia neurologica sfidante, di cui i tremori sono il sintomo più conosciuto. 

Un trentennale importante

Era il 25 giugno del 1996 quando fu realizzato il primo impianto di stimolazione cerebrale profonda (Deep Brain Stimulation) in Italia, al Policlinico Gemelli, dal professor Massimo Scerrati. “L’evoluzione tecnologica degli ultimi decenni ci consente oggi di personalizzare l’effetto della stimolazione nel singolo paziente”, assicura Carla Piano, docente di Neurologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dirigente medico della Uoc di Neurologia della Fondazione Policlinico Gemelli, diretta da Paolo Calabresi, pioniere degli studi sull’alfa-sinucleina nel Parkinson.

“Oggi siamo uno dei centri italiani che impianta il maggior numero di pazienti, in media una trentina l’anno. Abbiamo in follow up oltre 300 pazienti portatori di stimolatori cerebrali. Per loro è stato creato anche un apposito percorso clinico assistenziale che valuta l’eleggibilità a questo trattamento e che li segue nel tempo con un’équipe multidisciplinare”, aggiunge Piano.

Gli obiettivi della neuromodulazione

La neuromodulazione è un trattamento complementare alla terapia farmacologica molto efficace per i sintomi motori della malattia di Parkinson. Non è tuttavia in grado di modificare la malattia, né il suo decorso: può migliorare però e molto la qualità di vita di alcuni pazienti, precisano dal Gemelli.

Il bilancio

Negli anni “la tecnica neurochirurgica – spiega il dottor Nicola Montano, ricercatore e docente di Neurochirurgia dell’Università Cattolica – si è molto ‘alleggerita’, passando dal pesante casco stereotassico montato sulla testa del paziente per poter eseguire la procedura, all’attuale tecnica senza casco, più agevole e rapida”. L’introduzione di neuroimmagini ad alta risoluzione ha reso la procedura estremamente precisa. 

“Abbiamo inoltre a disposizione anche una Tac intraoperatoria che consente di fare il controllo immediato del corretto posizionamento degli elettrodi. Decisamente evoluti anche gli elettrocateteri che sono multicontatto e direzionali. Consentono cioè di orientare il campo di stimolazione sui nuclei cerebrali target. Questo permette di ridurre gli effetti collaterali, che possono emergere anche a distanza di molti anni dall’impianto (disturbi del linguaggio, del cammino, discinesie non correggibili con la stimolazione, ecc)”, dice Montano.

Nell’ultimo anno non sono mancate le novità: “Lo stimolatore legge l’attività elettrica cerebrale della persona con malattia di Parkinson e rilevando questi biomarker neurofisiologici, regola la stimolazione con un meccanismo che eroga la stimolazione on demand, adattandola alla vita del paziente. L’altra innovazione tecnologica è la possibilità di avere a disposizione una ricostruzione anatomica tridimensionale dell’elettrodo nel singolo paziente e del suo campo di stimolazione. Attraverso un software di AI oggi è possibile programmare la stimolazione in modo più rapido e sofisticato”, racconta Piano.

L’identikit dei pazienti 

Questa terapia non è per tutti. “I candidati ideali sono soggetti under 70, in fase avanzata di malattia, con sintomi motori non più correggibili adeguatamente con la terapia farmacologica, ma con una buona risposta alla terapia con levodopa. Oggi, in alcuni pazienti, magari ancora in piena età lavorativa, si stanno anticipando i tempi dell’impianto a 50-55 anni”.

“La malattia di Parkinson ha anticipato i tempi della medicina personalizzata perché è da sempre un esempio di terapia sartoriale, da cucire addosso al paziente.  Non esiste il prêt-à-porter come per gli antibiotici”, precisa Anna Rita Bentivoglio, associato di Neurologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Responsabile Uos Disturbi del movimento. 

I farmaci 

Dei farmaci a disposizione, il principale resta il più ‘antico’, la levodopa (precursore della dopamina, il neurotrasmettitore che manca a questi pazienti, per la progressiva dei neuroni dopaminergici della sostanza nera, nella parte profonda del cervello). “Ma oggi disponiamo di tante altre molecole che aiutano a ripristinare un equilibrio all’interno del sistema nigro-striale, principale responsabile dei disturbi motori di questa malattia”, aggiunge Bentivoglio.

La genomica e la nuova era delle terapie anti-Parkinson

Quanto alla diagnostica, la scoperta delle mutazioni del gene dell’alfa-sinucleina (la proteina che, alterandosi e accumulandosi nel cervello, forma i cosiddetti corpi di Lewy, causa primaria della degenerazione neuronale nella malattia di Parkinson) fa intravvedere la possibilità di terapie non più solo sintomatiche, ma ezio-patogenetiche, in grado cioè di modificare il corso della malattia, se non addirittura di ‘curarla’. 

“Abbiamo in corso sperimentazioni su anticorpi monoclonali e piccole molecole contro gli enzimi mutati e le sostanze da loro prodotte, con l’obiettivo di restaurare una funzione fisiologica”, conotnia. E a questo punto, ora che i farmaci ci sono, si è aperta la corsa all’oro della diagnosi precoce, quella pre-sintomatica basata sui biomarcatori genetici per andare ad incidere sulla storia naturale della malattia con nuovi farmaci mirati a queste mutazioni. 

L’esercizio fisico

La ricerca del Gemelli è condotta su modelli preclinici di Parkinson (roditori) e sulle persone con disturbi del movimento, in tutti gli stadi di malattia (ne vengono seguite oltre 2.000 l’anno). E ai pazienti vengono offerte tutte le terapie a disposizione, compreso l’esercizio fisico. “Questo, quando prescritto alla stessa stregua di un farmaco, ad intensità vigorosa e costante (tre volte alla settimana per tutta la vita) e supervisionata, è in grado di modificare l’andamento della malattia”, conclude Bentivoglio.

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