Con l’approvazione in Consiglio dei ministri dei percorsi di autonomia differenziata allargata alla sanità di Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto, “è stata scritta un’altra pagina buia nel libro nero della sanità italiana. Una scelta pericolosa per il futuro del Ssn”. Se le parole di del segretario Anaao Assomed Pierino Di Silverio sono dure, quelle del numero uno di Federazione Cimo-Fesmed Guido Quici non sono da meno: così “celebriamo il funerale definitivo del Ssn”.
L’allarme del leader Anaao e il futuro della sanità pubblica
La sanità pubblica italiana “si fonda su un principio costituzionale imprescindibile: garantire a tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo di residenza, il diritto universale e uniforme alla tutela della salute. L’introduzione di ulteriori forme di autonomia regionale – ammonisce Di Silverio – rischia invece di ampliare le disuguaglianze territoriali, creando un sistema sanitario sempre più frammentato e diseguale”.
Certo, le Regioni promotrici segnalano l’obiettivo di migliorare efficienza e qualità dei servizi. “Tuttavia l’esperienza degli ultimi anni dimostra che una maggiore autonomia, in assenza di un solido sistema di perequazione e di garanzie uniformi sui livelli essenziali di assistenza (Lea), finisce per rafforzare i divari esistenti tra territori, penalizzando soprattutto le aree più fragili del Paese”.
Insomma, il pericolo è quello di una “sanità a più velocità, in cui il diritto alla cura dipende dal codice di avviamento postale e non dai bisogni di salute”, avverte Di Silverio. Chiederemo incontro urgente alla Conferenza delle Regioni” per discutere sui rischi dell’autonomia differenziata per il Ssn.
I timori di Cimo e la frattura Nord-Sud
“Di nazionale al servizio Sanitario, era già rimasto ben poco. Ora, con il primo passo ufficiale verso l’autonomia differenziata in Cdm, possiamo celebrarne il funerale definitivo”, dice amaro Quici.
“Le Regioni potrebbero scegliere di destinare maggiori fondi al privato accreditato, alle cooperative, all’acquisto di tecnologie, oppure decidere di investire su assunzioni e retribuzioni del personale. In ogni caso, si imprime un’ulteriore accelerazione alla frattura già esistente tra Nord e Sud. Diventa difficile parlare di universalità e uniformità delle cure se accesso ai servizi, qualità dell’assistenza e opportunità professionali variano sensibilmente da territorio a territorio”, aggiunge il leader sindacale.
“Tutte le Regioni dovrebbero mettersi ai blocchi di partenza alle stesse condizioni. Invece abbiamo lepri in evidente vantaggio e altre che sono tartarughe, palesemente in ritardo. Ecco, non possiamo permetterci di dare un’ulteriore spinta alla lepre, lasciando la tartaruga ancora più indietro. In questo modo si crea un abisso in una sanità già altamente differenziata”, ragiona Quici.
Il nodo delle assunzioni e la migrazione degli operatori
Se poi alcune Regioni avranno la possibilità di assumere più personale sanitario e offrire stipendi più elevati, “assisteremo a una migrazione significativa di professionisti dal Sud verso il Nord, giustamente attratti da condizioni economiche e organizzative migliori. Con il risultato di accentuare ulteriormente la desertificazione sanitaria in vaste aree del Paese, con liste d’attesa sempre più lunghe e cittadini costretti a spostarsi per ricevere cure adeguate”.
Ecco perché Cimo-Fesmed chiede al Governo e al Parlamento di prevedere garanzie stringenti sui livelli essenziali di assistenza, sulla perequazione delle risorse e sulla tenuta unitaria del sistema contrattuale.

