Ogni tre secondi nel mondo viene diagnosticato un caso di Alzheimer. E se ancora non è stata trovata una cura per la demenza, “non siamo più all’anno zero: abbiamo compreso che l’Alzheimer è una malattia dipendente dall’età, che non è vero che ogni cervello che invecchia è destinato alla demenza e conosciamo i 14 fattori che aumentano il rischio di ammalarsi”. Parola di Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele di Roma.
Il celebre neurologo oggi ha presentato il suo nuovo libro ‘La memoria fragile’ (Mondadori), un viaggio nella galassia dell’Alzheimer nato dalla “volontà impellente di condividere 50 anni di professione con colleghi ma soprattutto pazienti e familiari, perché capire meglio aiuta a superare la paura paralizzante dell’ignoto e a trovare un po’ di serenità”, spiega Rossini alla sala gremita di studenti. Tra l’altro i proventi della vendita del volume saranno destinati alla ricerca del San Raffaele, con la speranza di allevare una generazione di ricercatori in grado di dare scacco al ‘ladro dei ricordi’.
I 14 nemici della memoria, alleati dell’Alzheimer
“L’Alzheimer è il risultato dell’incontro di pugilato fra i fattori di resilienza, che ci sono e sono potenti, e quelli di rischio”, chiarisce Rossini. Nel suo libro (a pag. 153), il neurologo elenca i nemici del nostro cervello, eccoli:
1 Basso livello di attività cognitiva: l’istruzione insufficiente spesso, ma non sempre, si associa a un minore volume quotidiano di attività cognitiva che comporta un rischio maggiore di demenza.
2 Deficit sensoriali: la difficoltà uditiva può contribuire all’isolamento dagli stimoli provenienti dall’ambiente e quindi al declino cognitivo.
3 Ipertensione: la pressione alta è un fattore di rischio significativo.
4 Fumo: il fumo di sigaretta è collegato a un aumento del rischio di demenza.
5 Obesità: l’eccesso di peso, in particolare in età adulta, è un fattore di rischio.
6 Depressione: la depressione non trattata può aumentare la probabilità di sviluppare la malattia.
7 Inattività fisica: la mancanza di esercizio fisico quotidiano o l’eccessiva sedentarietà sono associati a un rischio maggiore.
8 Diabete: il tipo 2 è un fattore di rischio noto.
9 Abuso di alcol: un consumo eccessivo di alcol può contribuire al declino cognitivo.
10 Traumi cranici: quelli maggiori, che abbiano comportato contusione o commozione cerebrale, possono aumentare il rischio di demenza.
11 Inquinamento: l’esposizione all’inquinamento ambientale è un fattore di rischio significativo.
12 Isolamento sociale: la solitudine e l’isolamento possono influenzare negativamente la salute cognitiva.
13 Colesterolo alto: livelli elevati di colesterolo sono associati a un rischio maggiore di demenza.
14 Perdita della vista: problemi visivi non trattati possono contribuire al declino cognitivo.
La buona notizia è che “là dove si interviene precocemente sullo stile di vita, contrastando i fattori di rischio, anche in assenza di una terapia i risultati ci sono”. Il problema è che oggi “invecchiare è diventato più difficile rispetto a 20 anni fa. Gli anziani sono sempre più soli” e questo non li aiuta.
Una generazione di dementi digitali?
Rossini punta poi il dito sulla digitalizzazione, che corre a un ritmo vertiginoso e rischia di lasciare indietro una fetta della nostra società. “Stiamo creando una generazione di dementi – spiega preoccupato a LaSalute di LaPresse – anziani tagliati fuori da questo percorso. Una diagnosi di demenza significa che una persona che, avendo almeno due domini cognitivi coinvolti in base al test, ha perso la capacità e l’autonomia nel vivere quotidiano. Ora è chiaro che se ritirare i soldi al bancomat o rinnovare un’utenza diventano qualcosa che non sappiamo più fare, perché si fa soltanto per via telematica, siamo tagliati fuori”.
Rossini pensa alla situazione di tanti anziani che non hanno le competenze per muoversi in un mondo di password e username, oltre a non avere abbastanza memoria per ricordare simili dettagli.
“Se va avanti così, saranno sempre più dipendenti da altri sul piano digitale. Insomma, avremo un esercito di dementi digitali: anziani che magari sono in grado di farsi un caffè o di cucinarsi un piatto di pasta, però non sanno usare app, fare acquisti online, rinnovare documenti. Mi sembra che non si faccia nessun tentativo di facilitare la vita di tante persone che in un’altra epoca, per essere autonome, avrebbero dovuto limitarsi a memorizzare qualche nome e i percorsi per muoversi vicino casa. Eppure questo secondo me sarebbe un mercato gigantesco”, conclude il neurologo.


