Hantavirus nuovo Covid? L’analisi dell’epidemiologo Ciccozzi

Hantavirus nuovo Covid? L’analisi dell’epidemiologo Ciccozzi
Research scientist Robert Nofchissey prepares samples of inactivated material as part of hantavirus research at the Center for Global Health at the University of New Mexico Health Sciences Center in Albuquerque, New Mexico, on Monday, May 4, 2026. (AP Photo/Susan Montoya Bryan)

L’epidemiologo e i rischi Hantavirus tra variante Andes e topi selvatici nelle città

Sono almeno 38 le specie riconosciute di Hantavirus, di cui circa 24 patogene per l’uomo e una sola, quella identificata in alcuni passeggeri della nave da crociera MV Hondius, “capace di trasmettersi da uomo a uomo con contatto stretto per via respiratoria. Ebbene, si tratta di un episodio da non sottovalutare e da gestire con attenzione, ma l’Hantavirus non sarà il nuovo Covid”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è l’epidemiologo del Campus Bio-Medico Massimo Ciccozzi, che sta lavorando insieme a Fabio Scarpa, Giancarlo Ceccarelli e Francesco Branda a un approfondimento dedicato al rischio che l’ormai famoso virus Andes inizi a circolare nelle città, insieme ai topi selvatici che ne sono portatori.

Un problema serio, perché insieme ai roditori il patogeno potrebbe diffondersi in zone urbane. “Al momento sembra che l’origine del focolaio di Hantavirus sulla nave da crociera sia legata a una zona dove circola un tipo particolare di topo, portatore dell’infezione. Animali che per ora sembrano disdegnare le zone urbane”, precisa Ciccozzi.

I topi selvatici

“I topi sono vettori molto importanti, ricordiamo la peste. Ma al momento il nostro problema è il periodo di incubazione della malattia, che dura anche 6-7 settimane: bisogna quarantenare e capire se sulla nave le persone contagiate presentano tutte la variante andina”, dice l’esperto. In caso contrario resta la possibilità di un’infezione contratta attraverso alimenti contaminati.

Le differenze tra Covid e Hantavirus

“Quello che è certo è che non è un nuovo Covid – ribadisce Ciccozzi – Il tasso di letalità è di circa il 40% e questo vuol dire che i portatori molto spesso muoiono, limitando così la diffusione. Inoltre nessuno conosce l’indice di trasmissibilità di questo virus nell’uomo. In questo momento, insomma, sono possibili solo ipotesi”. 

Le priorità

Per Ciccozzi occorre ricostruire il percorso di tutti i passeggeri e del personale di bordo che, dopo essere entrati in contatto con i primi infettati, hanno lasciato la nave. Ma anche analizzare il patogeno dei pazienti sospetti, per capire se in tutti i casi si tratta di virus Andes.

Un patogeno che, fino a prova contraria, “dovrebbe continuare ad essere considerato principalmente una zoonosi degli ecosistemi rurali e peri-rurali del Sud America meridionale, con una capacità limitata ma epidemiologicamente importante di trasmissione da persona a persona”, afferma lo scienziato insieme ai colleghi. 

Dunque secondo Ciccozzi l’emergenza della già ribattezzata ‘nave degli infetti’, dove però al momento nessun passeggero presenta sintomi, va gestita in un’ottica One Health, con “massima cautela, ma non allarmismo. Perché sono ancora troppe le informazioni che ci mancano per ricostruire la catena dei contagi e avere un quadro chiaro della trasmissione di questo Hantavirus. I topi, comunque, non vanno sottovalutati mai. E capire perché quelli portatori del virus andino disdegnino le città, potrebbe essere un elemento molto importante per contrastare rischi futuri”, conclude lo scienziato.

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