Prevedere il rischio di Alzheimer a 3 anni: Interceptor e i nuovi farmaci  

Prevedere il rischio di Alzheimer a 3 anni: Interceptor e i nuovi farmaci  
Foto: Büttner/picture-alliance/dpa/AP Images

Partito nel 2018, Interceptor ha sviluppato un modello predittivo per il rischio di Alzheimer.

Come distinguere fra un invecchiamento cerebrale fisiologico e uno patologico, anticamera di demenza e Alzheimer? Mentre la ricerca farmacologica va avanti, a cercare di far luce sulla “zona grigia” del Mild Cognitive Impairment (MCI, decadimento cognitivo lieve) – che secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità riguarda quasi 1 milione di italiani – è un lavoro tutto italiano, pubblicato su ‘Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association’.

Si tratta di un bilancio del celebre progetto Interceptor, che ha messo a uno strumento innovativo per stimare il rischio di progressione da decadimento cognitivo lieve a demenza, con particolare riferimento alla malattia di Alzheimer, entro un orizzonte temporale di tre anni. 

Il progetto 

Partito nel 2018, Interceptor è stato coordinato dal professor Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele Roma (già  direttore della Neurologia presso il Policlinico Gemelli nel 2018), in stretta collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, il Policlinico Universitario A. Gemelli, l’Irccs Istituto Neurologico Besta, l’Irccs San Raffaele di Milano, l’Irccs Fatebenefratelli di Brescia e il San Raffaele di Roma. 

Un’iniziativa di carattere istituzionale nata da un bando di ricerca indipendente promosso e finanziato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) in collegamento con il ministero della Salute, che si è conclusa nel dicembre 2023.

La ricerca  e il modello predittivo

Nell’ambito del progetto sono stati arruolati oltre 350 soggetti con diagnosi clinica di MCI, seguiti per circa 36 mesi presso 19 Centri distribuiti in tutta Italia. Sono state adottate procedure armonizzate per le valutazioni cliniche, neuropsicologiche e strumentali.  Durante il follow-up, il 29,6% ha sviluppato una qualche forma di demenza e il 22,4% ha avuto una diagnosi di Alzheimer, con un picco di progressione nel secondo anno di follow-up.

Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità hanno sviluppato un modello predittivo inizialmente costruito su variabili sociodemografiche e cliniche (età, sesso, familiarità per demenza e livello di autonomia funzionale), poi potenziato integrando test neuropsicologici e biomarcatori biologici e strumentali.

Tra questi, le misure del liquido cerebrospinale relative alla patologia Alzheimer-correlata – in particolare il rapporto tra beta-amiloide e proteina tau – la volumetria dell’ippocampo mediante risonanza magnetica, le caratteristiche di flusso di sangue e di consumo energetico tramite PET-FDG, gli indici di connettività cerebrale derivati dall’elettroencefalografia e fattori genetici quali il genotipo ApoE.

Il modello basato esclusivamente sui dati clinici ha raggiunto un’accuratezza predittiva di circa il 72%, che è salita a oltre l’82% con l’inclusione di biomarcatori selezionati. 

Uno strumento che non c’era

Risultato? Il team ha ideato uno strumento che consente la stima personalizzata della probabilità di progressione a demenza entro tre anni e la classificazione delle persone con lieve decadimento cognitivo in categorie di rischio basso, intermedio o alto. Questo strumento è stato progettato per essere utilizzato non solo in ambito di ricerca, ma anche e soprattutto nella pratica clinica e nei contesti di sanità pubblica. 

Le prospettive e i nuovi farmaci anti-Alzheimer

Con l’impiego di questo strumento la stratificazione personalizzata del rischio di progressione dal lieve decadimento cognitivo alla demenza è oggi una realtà: un passo cruciale verso una gestione più mirata, efficiente ed equa delle malattie neurodegenerative, dicono i ricercatori.

Questo strumento potrebbe essere utile anche nella messa a punto di percorsi di selezione di pazienti candidati ai nuovi trattamenti anti-Alzheimer in corso di valutazione da parte dell’Agenzia di via del Tritone e per quelli che arriveranno. Farmaci costosi e che, al momento, appaiono efficaci in una popolazione selezionata e in fase precocissima.

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