Quarantacinque giorni di fermo per aver violato “ancora una volta gli obblighi di legge previsti per le operazioni in mare”. Il Viminale ferma Sea Watch 5, la nave della ong battente bandiera tedesca, dopo il salvataggio dello scorso 13 agosto di 6 persone avvenute in acque internazionali e lo sbarco degli stessi avvenuti il 18 agosto nel porto di Napoli. Oltre al fermo ci sono anche “7.500 euro di multa”, come chiarisce il titolare del ministero dell’Interno, Matteo Piantedosi.
45 giorni di fermo e 7 mila e 500 euro di multa per la Sea Watch 5. La nave, battente bandiera tedesca, ancora una volta non ha rispettato gli obblighi di legge previsti durante le operazioni in mare. Una grave violazione della normativa: le attività di soccorso in mare devono… pic.twitter.com/lUTcj5z2yZ
— Matteo Piantedosi (@Piantedosim) August 22, 2026
“L’imbarcazione, battente bandiera tedesca, non ha rispettato ancora una volta gli obblighi di legge previsti per le operazioni in mare”, scrive su X il ministro parlando di “una grave violazione delle normative: le attività di ricerca e soccorso in mare devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle Ong”.
La replica di Sea Watch
A chiarire l’accusa è la stessa organizzazione non governativa. “Sea-Watch 5 è stata fermata per 45 giorni con l’accusa di non aver cooperato con le autorità libiche. È vero: giovedì 13 agosto, dopo aver soccorso 6 persone in acque internazionali, abbiamo informato l’Italia e i Paesi europei limitrofi, ma non il cosiddetto centro di coordinamento per il soccorso marittimo libico, un’autorità fantoccio che serve a legittimare e rendere interlocutore accettabile quegli uomini e trafficanti che, poco dopo il soccorso, ci hanno puntato contro un fucile intimandoci di allontanarci dal ‘loro territorio’”, si legge nel comunicato della ong. “Sono queste le ‘autorità competenti’ a cui si riferisce il ministro Piantedosi? – si chiede ancora Sea Watch – Le stesse a cui l’Italia ha versato un miliardo di euro in navi, fondi e addestramento, per poi vederle usare regolarmente per catturare e uccidere persone in mare, e riportarle nei lager gestiti dai trafficanti?”.
La Sea-Watch 5 è stata fermata per 45 giorni con l'accusa di non aver cooperato con le autorità libiche. È vero, noi non collaboriamo con criminali e trafficanti. Il Governo italiano può dire lo stesso?
— Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) August 23, 2026
Il nostro comunicato stampa https://t.co/cVGoh48m5h
Secondo l’ong “l’Italia e l’Europa hanno dato, e continuano a dare, legittimità e protezione a questi criminali, trasformando il Mediterraneo in un far-west. Non sono fantasie: a questi fatti corrispondono nomi e cognomi precisi. Non ci siamo dimenticati di personaggi come Bija, Almasri e Saddam Haftar: criminali internazionali accusati, tra gli altri reati, di traffico di esseri umani, con cui il Governo italiano ha stretto, e continua a stringere, accordi”. Infine l’affondo. “Noi – afferma ancora Sea Watch – non collaboriamo con criminali e trafficanti. Il Governo italiano può dire lo stesso?”.

Lo scontro politico sul fermo
Il fermo scatena la reazione dell’opposizione. Per Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde: “A Rimini la destra ascolta il Papa e applaude quando afferma che le persone contano più dei confini. Ma mentre quelle parole venivano pronunciate, il ministro Piantedosi sequestrava la Sea Watch, multandola per 7.500 euro, colpevole di aver salvato in mare 6 migranti e un bambino”.

Sul versante opposto è il collega di governo di Piantedosi e ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, a difendere la scelta. “Stupisce la domanda di Sea-Watch al Governo italiano. La risposta è affermativa, senza esitazioni. Il Governo Meloni è in prima linea nella tutela della legalità e nella lotta ai trafficanti di esseri umani: difendiamo i confini, contrastiamo l’immigrazione illegale, lavoriamo per diminuire gli sbarchi e rendere effettivi i rimpatri di chi non ha diritto a restare in Italia. Un percorso che portiamo avanti anche in Europa e che sta raccogliendo sempre più sostegno e consensi tra gli altri Stati membri, orientando le politiche comunitarie in questa direzione”, dichiara in una nota. “Quanto alle Ong – spiega il ministro – c’è una regola semplice che vale per tutti: le leggi si rispettano, anche quando non si condividono”, la netta conclusione.

