In barba ai negazionisti i cambiamenti climatici esistono e stanno già presentando il conto. Florida, Texas, California e altri stati americani si trovano a gestire epidemie di malattie tropicali come la dengue. E per capire il perché, basta guardare al Perù. Lì i ricercatori di Stanford hanno analizzato la correlazione tra un ciclone e una massiccia epidemia di dengue (malattia virale trasmessa dalle zanzare che può causare febbre, eruzioni cutanee e sintomi potenzialmente letali come emorragie e shock).
I risultati, pubblicati su ‘One Earth’, rivelano che le temperature più elevate e le maggiori precipitazioni legate ai cambiamenti climatici stanno moltiplicando “le probabilità di epidemie”.
“Non stiamo aspettando gli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute“, ha sintetizzato Mallory Harris, autrice principale dello studio e ricercatrice post-dottorato presso l’Università del Maryland, che ha condotto la ricerca quando era dottoranda in biologia a Stanford. “Stanno già accadendo”.
Acqua stagnante + caldo = persone malate
La febbre dengue, trasmessa dalle zanzare Aedes aegypti e Aedes albopictus, colpisce ogni anno decine di milioni di persone in tutto il mondo, e dal 2000 è aumentata di oltre dieci volte a livello globale. Nel 2023 un ciclone e il fenomeno El Niño hanno colpito la costa del Perù, una regione normalmente arida, e sono stati seguiti da un’epidemia di dengue dieci volte più estesa del normale.
Utilizzando una tecnica statistica sviluppata in economia, i ricercatori si sono chiesti l’impatto delle condizioni meteo anomale del 2023, simulando cosa sarebbe successo senza El Niño. In collaborazione con gli scienziati del ministero della Salute peruviano e del Centro Latinoamericano di Eccellenza per il Cambiamento Climatico e la Salute, il team ha stimato che ben il 60% dei casi di dengue nei distretti più colpiti sia stato causato direttamente dalle piogge estreme e dalle temperature elevate durante il ciclone. Tradotto in numeri circa 22.000 persone in più si sono ammalate per colpa di questo evento meteo.
Misurare l’effetto dei cambiamenti climatici
Dopo le piogge abbondanti, il clima caldo accelera la riproduzione delle zanzare e la trasmissione delle malattie. “Sebbene si osservino spesso grandi epidemie di dengue in seguito a eventi meteorologici estremi, questa è la prima volta che si mette in luce il ruolo dei cambiamenti climatici e si misura con precisione l’impatto di una particolare tempesta sulla dengue, una delle malattie infettive in più rapida crescita”, ha affermato l’autrice senior dello studio Erin Mordecai, professoressa associata di biologia presso la Stanford School of Humanities and Sciences e co-responsabile del programma Disease Ecology in a Changing World del Center for Human and Planetary Health.
“Per la prima volta una ricerca misura con precisione l’impatto di un singolo evento climatico su un’epidemia e lo fa con una metodologia ineccepibile”, commenta a LaSalute di LaPresse Arnaldo D’Amico, medico, giornalista scientifico e scrittore. Questo lavoro “non conta solo i casi di dengue, ma usa una tecnica statistica mutuata dall’economia per rispondere a una domanda precisa: quanti casi ci sarebbero stati senza quel ciclone? Il risultato è una stima modellistica robusta, costruita in collaborazione con il ministero della Salute peruviano. Un salto metodologico importante”.
“C’è però una cosa che questa ricerca non può dirci: cosa succede a una popolazione nei decenni e nei secoli successivi all’arrivo di una malattia nuova. Per quello – aggiunge l’esperto – esiste la storia”.
Il passato che ritorna
Nel suo libro ‘La memoria del nemico’ (Il Saggiatore), D’Amico racconta come, durante il Roman Climatic Optimum – un periodo di riscaldamento documentato tra il 250 a.C. e il 400 d.C., con temperature nel Mediterraneo fino a 2°C superiori alla media – arrivano in Italia “con le navi romane dall’Africa sia il Plasmodium falciparum sia la sua zanzara vettore, l’Anopheles labranchiae. La terzana maligna”, o malaria, “si diffonde nelle pianure più calde della penisola massacrando e fiaccando contadini e braccianti del Meridione e delle isole. I quattro milioni di ettari più fertili d’Italia sabotati (due incolti, due coltivati male)”, ricorda l’esperto. Con un effetto sulla salute e l’economia durato “quasi duemila anni”.
L’Oms “ha dichiarato l’Italia ufficialmente libera dalla malaria solo nel 1970”. Insomma, la ricerca di Stanford “stima le conseguenze a breve termine. La storia romana le ha misurate su venti secoli. Lo stesso meccanismo – una malattia nuova che incontra una popolazione senza difese immunitarie – spiega la strage più grande mai subita dall’umanità: lo scambio colombiano. Il vaiolo portato da Colombo nel 1492, seguito da morbillo, tubercolosi, febbre gialla e malaria, stermina nove nativi americani su dieci. Non c’entra il clima, ma la logica è identica: popolazione senza memoria immunitaria, risultato catastrofico”, ricorda D’Amico.
“Una cosa che la ricerca di Stanford conferma e che raramente viene detta chiaramente: gli strumenti per combattere le epidemie hanno un ordine di importanza preciso, quasi opposto a quello che ha in testa l’opinione pubblica. Prima viene la sorveglianza epidemiologica: cogliere l’epidemia all’inizio. Poi il tracciamento e l’isolamento dei casi. Poi la ricerca sugli agenti infettanti e sui test diagnostici. I vaccini e i farmaci vengono per ultimi non perché non contino, ma perché da soli non fermano un’epidemia già al galoppo. La storia lo insegna: l’eradicazione del vaiolo, il maggiore successo della medicina del Novecento, fu possibile grazie al tracciamento e all’isolamento dei casi, non alla vaccinazione di massa. I vaccini furono lo strumento finale, non quello decisivo”.
Tutte queste attività però “hanno una caratteristica comune: non generano profitto immediato. O le finanzia lo Stato, o non le fa nessuno”, conclude D’Amico.

