L’AI ‘preferisce’ menti creative: come valorizzare il rapporto uomo-macchina

L’AI ‘preferisce’ menti creative: come valorizzare il rapporto uomo-macchina
Klaus-Dietmar Gabbert/picture-alliance/dpa/AP Images

Il rapporto tra uomo e AI è più proficuo quando chi utilizza la tecnologia ha una mente aperta, creativa ed elastica.

Bisogna avere una mente creativa, curiosa ed elastica per instaurare una collaborazione proficua con l’AI: un filosofo o un ricercatore potrebbe essere più avvantaggiato di uno specialista tecnico. 

Lo rivelano i ricercatori di Mnesys, il programma italiano ed europeo di ricerca in neuroscienze, commentando i più recenti studi in materia. E proprio al tema del dialogo tra intelligenza umana e artificiale è dedicata la ‘Settimana del cervello’ di quest’anno.

L’intelligenza ibrida

“Nell’era dell’AI, l’intelligenza ibrida – risultato dell’interazione tra intelligenza umana e artificiale – segna un passo in avanti epocale destinato a potenziare le capacità del cervello umano”, prevede Antonio Uccelli, coordinatore scientifico di Mnesys e ordinario di Neurologia all’Università di Genova. 

Il successo della ‘collaborazione’ dipende però dalla personalità di chi utilizza l’AI, come dimostrato da un recente studio della John Hopkins University: “In generale chi ha un’intelligenza aperta e curiosa interagisce meglio con la tecnologia”, aggiunge il professor Uccelli. Ma garantire che questo progresso sia una versione potenziata della capacità umana di pensare e prendere decisioni – senza comprometterne l’autonomia cognitiva – non è affatto scontato. 

L’AI tra rischi e benefici

“Se ci limitassimo ad accettare passivamente le soluzioni offerte dall’AI rischieremmo di perdere la capacità di sviluppare idee innovative”, avverte Sergio Martinoia, ordinario di Bioingegneria all’Università di Genova e coordinatore del comitato scientifico di Mnesys.

Se uno studio dell’Università cinese di Nanchino e una metanalisi dell’Università di Monaco hanno dimostrato che la collaborazione con l’AI generativa può aumentare la performance creativa, “esiste anche il rischio di ridurre la diversità delle idee”, fa notare Martinoia. 

Per questo bisogna “sviluppare la propria intelligenza creativa personale, per far sì che l’AI sia una sorta di ‘musa’ che amplifichi le idee possibili. L’umano immagina, interpreta, crea e può servirsi dell’AI per avere più possibilità tra cui scegliere”, aggiunge il professor Mantinoia. 

Saper fare le domande giuste

Studi sull’interazione uomo-AI e sul prompting hanno inoltre osservato che l’IA funziona meglio quando l’utente è in grado di formulare buone domande, sa esplorare ipotesi ed è capace di ragionamento iterativo, è quindi dotato di una buona intelligenza conversazionale.

“Si tratta di caratteristiche tipiche di chi non ha solo competenze tecniche, per esempio di persone come i ricercatori o i filosofi”. osserva Enrico Castanini, presidente di Mnesys. E  proprio il programma di ricerca in neuroscienze ha consentito un dialogo proficuo tra scienziati e intelligenza artificiale. 

“La possibilità di analizzare enormi quantità di dati, guidata dalla creatività e dal senso critico dei ricercatori, ha consentito di aumentare le conoscenze sul sistema nervoso come mai prima d’ora, grazie alla pubblicazione di oltre 1600 studi sul cervello”, conclude Castaninini.“È la dimostrazione pratica di come l’intelligenza ibrida possa essere una risposta alle sfide di conoscenza del futuro”.

© Riproduzione Riservata