Emergono i dettagli agghiaccianti dell’omicidio di Fabio Colapietro, il pusher ucciso e fatto a pezzi in un appartamento di via Tommaso Gulli, nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Torino, Antonio Borretta. “Si è introdotto dalla finestra per derubarmi del braccialetto”, poi la colluttazione finita nel sangue. A scatenare la furia omicida di Cristian Matheus De Oliveira Morando sarebbe stato un banale quanto drammatico movente legato a un braccialetto d’oro sottratto dalla vittima all’indagato mentre questi dormiva. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori e confermato dalle dichiarazioni rese dagli arrestati, tutto sarebbe nato da un’irruzione all’interno dell’abitazione di Nicole Formichetti. De Oliveira Morando, svegliato di soprassalto, ha raccontato agli inquirenti di aver reagito d’istinto: “Mi sono alzato e con una presa al collo dello sconosciuto l’ho trattenuto sino a fargli perdere conoscenza”, ammettendo di aver stretto le braccia attorno al collo della vittima a “mò di tenaglia” fino a provocarne il decesso.
“E’ stata la prof. detta ‘Satana’ a decidere di sezionare il cadavere”
“È stata lei a manovrare le azioni di tutti dopo che era stato ucciso, la mente che puntava a tornare a una vita normale”. Sono queste le intercettazioni ambientali tra gli indagati per l’omicidio del pusher Fabio Colapietro, ucciso in un appartamento di via Tommaso Gulli a Torino, e i loro familiari. Cristian Matheus De Oliveira Morando, crollando emotivamente davanti alla madre e all’ex compagna Miruna Ene, ha cercato di ridimensionare la propria responsabilità puntando il dito contro la coinquilina Nicole Formichetti, definita senza mezzi termini la vera stratega del post-omicidio. “La direzione dell’attività svolta era sotto il controllo della Professoressa che chiamavamo ‘Satana’”, ha confessato l’indagato intercettato, aggiungendo che era l’unica a spingere per chiudere la faccenda in fretta e furia: “Era l’unica tra i tre che puntava a trovare un modo per sbarazzarsi del cadavere e tornare a una vita normale”. Nel frattempo montava la rabbia del giovane per essere stato dipinto come l’unico mostro di una notte in cui “tutti ne avevano avuto una parte”
“Abbiamo pensato a una valigia o a un fiume, poi abbiamo deciso di sezionarlo”. Sono i dettagli choc dell’occultamento del cadavere del pusher Fabio Colapietro, ucciso in un appartamento di via Tommaso Gulli a Torino. Un piano lucido e disperato per cancellare le tracce ed eludere le indagini, trasformando un appartamento in una ‘camera mortuaria’. L’ordinanza di 18 pagine del Gip del tribunale di Torino Antonio Borretta, svela la macabra gestione del cadavere di Fabio Colapietro da parte dei tre indagati: Cristian Matheus De Oliveira Morando, Nicole Formichetti e Keith Simon Domingo (noto come “Sara”). Dopo aver realizzato che l’uomo non dava più segni di vita, i tre hanno tentato di disfarsi del corpo. Nelle parole registrate dagli atti, emerge la freddezza della pianificazione post-delitto: “Valutata la possibilità di disfarsi del cadavere mettendolo in valigia e poi gettandolo in un fiume, abbiamo optato per sezionarlo”. Il corpo è stato ridotto in pezzi, chiuso in sacchi neri nella vasca da bagno e infine immerso in contenitori di cemento a presa rapida acquistati nei negozi della zona e in 16 sacchi neri.
La madre di De Oliveira Morando: “Mio figlio disse che in casa c’era odore di arance”
“Mio figlio mi ha detto che c’era odore di arance, la metafora per spiegarmi che c’era un cadavere in casa”. È una delle dichiarazioni della madre del killer riportata nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Torino, Antonio Borretta, per l’omicidio del pusher Fabio Colapietro. La donna è la madre di Cristian Matheus De Oliveira Morando, l’indagato principale del delitto di via Tommaso Gulli a Torino e che ha ripercorso minuto per minuto la telefonata drammatica ricevuta dal figlio, in preda a una forte crisi di panico e sotto l’effetto di stupefacenti, prima della confessione e dell’intervento della polizia. In preda al delirio e terrorizzato all’idea di parlare apertamente al telefono, il giovane ha cercato di far capire alla madre la gravità di ciò che era accaduto all’interno dell’appartamento, dove il corpo della vittima giaceva smembrato nella vasca da bagno da giorni: “Mi ha detto che non potevo sopportare l’odore sgradevole delle arance”, ha messo a verbale la donna, spiegando agli inquirenti come quella frase fosse una precisa cifra culturale: “Metafora utilizzata da mio figlio per farmi capire che dove si trovava vi era un odore acre di morte, visto che nel mio paese era costume mettere delle arance in una bacinella d’acqua per assorbire le esalazioni di una persona deceduta”.

