Quanto vale la longevità in salute se si diventa anziani a 75 anni

Quanto vale la longevità in salute se si diventa anziani a 75 anni
(CTK via AP Images)

Prima dei 75 anni anni non si diventa anziani: il focus della ricerca sulla longevità e l’invecchiamento sano.

Parlare di un Paese che invecchia non rende l’idea di quello che sta accadendo all’Italia in termini di longevità. “Ma esiste anche una demografia positiva, che ci dice che siamo ringiovaniti. Prima dei 75 anni anni non si diventa anziani dal punto di vista sanitario”.

La notizia, che sembra una provocazione, arriva da Daniele Vignoli, coordinatore scientifico di Age-It e ordinario di Demografia all’Università di Firenze, che analizza le sfide della longevità in occasione del convegno ‘Invecchiare bene in una società che cambia’, organizzato dal partenariato Age-It (Ageing Well in an Ageing Society), in collaborazione con Inps.

Anziani a chi? Ormai la terza età arriva a 75 anni 

Per la gioia degli under 75 la soglia della terza età cambia. “L’Italia ha una demografia eccezionale: in qualunque ranking siamo sempre ai primi posti. Viviamo più a lungo, ma facciamo anche meno figli. Questo fa sì che la proporzione di anziani sul totale sia la più grande, dopo il Giappone e la Corea del Sud”, dice a LaPresse Vignoli. 

Ma come stanno gli anziani della Penisola? “Vivono più a lungo. E dobbiamo combattere perché gli anni guadagnati siano anche in buona salute. Ma non è vero che l’invecchiamento abbia un impatto negativo su sanità e previdenza, se pensiamo a soglie di età dinamiche: non diventiamo vecchi a 65 anni, ma abbiamo più tempo. Facendo un rapido calcolo – afferma Vignoli – avremmo un giorno in più a settimana per diventare invece che un peso una risorsa per la società”. 

Ecco anche perché “dopo 3 anni di programma di ricerca che ha coinvolto circa mille studiosi, grazie a oltre 115 mld di euro dal Pnrr, abbiamo proposto di stabilizzare questo ecosistema: continueremo attraverso l’Istituto Italiano sull’invecchiamento”.

Longevità preziosa: il valore delle ricerche sull’invecchiamento 

D’altra parte investire in ricerca su questo tema, paga. Stando a una nuova analisi i benefici sociali attesi nei prossimi vent’anni sono pari a 25 miliardi di euro, con un tasso di rendimento interno del 25-35%, superiore ai benchmark convenzionali degli investimenti pubblici.

E l’Italia è leader mondiale nell’invecchiamento: quasi il 25% della popolazione ha almeno 65 anni e il 7,7% 80 anni o più, con un’aspettativa di vita eccezionalmente elevata – 83,4 anni alla nascita – ma tassi di fecondità persistentemente bassi, che hanno raggiunto il minimo storico di 1,18 figli per donna nel 2024. Senza interventi correttivi, entro il 2060 la riduzione della forza lavoro produrrà una diminuzione del tasso di crescita del Pil dello 0,6%, avvertono gli esperti. 

Per Alessandra Petrucci, presidente Age-It e rettrice dell’Università di Firenze, “l’invecchiamento non è solo una sfida demografica, ma una questione strutturale che riguarda crescita, coesione sociale e sostenibilità del welfare. Oggi mostriamo che investire in ricerca integrata significa costruire le basi per un Paese più consapevole, capace di trasformare un cambiamento profondo in un’opportunità di sviluppo economico e sociale”.

A calcolare i benefici degli investimenti nel settore è stato Claudio Lucifora, componente del CdA di Age-it e ordinario di Economia politica all’Università Cattolica di Milano. “I dati dimostrano chiaramente – afferma – che investire in ricerca sull’invecchiamento non è solo necessario, ma economicamente vantaggioso. Con un ritorno del 25-35% e benefici che si estendono per decenni, questo tipo di investimento pubblico rappresenta una scelta strategica per il futuro del Paese”.

Monsignor Paglia: “Vecchio è bello”

D’accordo Monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, che rilancia: “Vecchio è bello. Dobbiamo aprire alla possibilità di una nuova concezione di questa età che, nel nostro Paese, conta 14 milioni di persone”. “C’è urgenza di un cambio totale di paradigma – ha detto – e dunque serve un Istituto che aiuti la politica, e non solo, a comprendere che la vecchiaia è una grande risorsa, fondamentale”.

Piano su invecchiamento attivo e non autosufficienza entro 2026

Occorre favorire l’inclusione della terza età con iniziative concrete. E il Governo lo farà varando “entro il 2026 i Piani nazionali sull’invecchiamento attivo e uno sulla non autosufficienza”. È l’impegno di Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali, che ne parla a LaPresse a margine dell’incontro promosso da Age-It.

“C’è massima attenzione del Governo in termini di politiche capaci di accompagnare la stagione della vita degli over 65. Occorre aggiungere vita agli anni, con politiche che mettano al centro la prevenzione, come diritto ma anche come strumento per scongiurare la non autosufficienza. L’Italia, prima in Europa – ricorda – ha approvato una legge in favore delle persone anziane”, la Legge 33/2023.

“Un modello basato su una responsabilità intergenerazionale, con le diverse generazioni che cooperano per una sostenibilità del welfare”. Ora, aggiunge il viceministro, “stiamo lavorando all’interno del Comitato interministeriale per le politiche per le persone anziane al varo dei primi due piani nazionali: uno sull’invecchiamento attivo e uno sulla non autosufficienza”. E l’intenzione è di “vararli entro il 2026”.

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