“La notizia impone una riflessione seria”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è il farmacologo Carlo Centemeri, dopo che la Commissione Scientifica ed Economica (Cse) dell’Aifa ha confermato per la seconda volta il suo no alla rimborsabilità dei due nuovi anticorpi monoclonali (lecanemab e donanemab) mirati a contrastare l’Alzheimer in fase iniziale. Una doccia fredda che arriva nonostante il semaforo verde già incassato da Fda negli Usa e da Ema in Europa.
La linea dell’Europa e quella dell’Italia sui farmaci anti-Alzheimer
Come mai sugli stessi medicinali la decisione è così diversa? “L’Ema ci dice che questi farmaci hanno un profilo di sicurezza ed efficacia tale da poter essere commercializzati. L’Aifa, valutando l’impatto sul nostro Servizio Sanitario Nazionale, ci dice però che i benefici clinici non sono sufficienti a giustificarne il costo per la collettività. È il classico, doloroso paradosso in cui l’innovazione scientifica si scontra con il pragmatismo del Market Access e dell’Hta (Health Technology Assessment)”.
“Senza la rimborsabilità pubblica, questi anticorpi monoclonali (estremamente costosi) rischiano di essere un privilegio. A parte i fortunati inseriti in limitati trial per uso compassionevole, assisteremo a una polarizzazione? Chi ha le disponibilità economiche potrà provare a rallentare ‘il ladro dei ricordi’, e chi non le ha dovrà rinunciarvi”, chiarisce il farmacologo clinico dell’Università di Milano. “Un tema etico enorme per un Paese fondato sul diritto universale alla salute”.
Il macigno della sostenibilità per il Ssn
Il punto, nell’Italia che invecchia, è sistanziale. “Dobbiamo essere intellettualmente onesti: questi farmaci non sono la cura definitiva. Offrono un rallentamento del declino cognitivo a fronte di effetti collaterali che richiedono monitoraggi continui (e costosi) tramite risonanze magnetiche. Può un sistema sanitario pubblico, già cronicamente sottofinanziato e a corto di personale, assorbire un urto organizzativo ed economico simile, senza togliere risorse ad altre patologie?”, si chiede lo specialista.
Una cosa è certa: “Non ci sono risposte facili. Da un lato c’è il bisogno disperato di milioni di famiglie di avere un’arma, anche imperfetta, contro l’Alzheimer. Dall’altro, l’imperativo dei decisori pubblici di allocare risorse solo dove il rapporto costo-beneficio è inequivocabile. Questa decisione segna un precedente importante su come l’Italia gestirà l’onda d’urto delle terapie innovative del futuro”, chiosa Centemeri.

