Tumore al pancreas: olaparib rimborsato in Italia per forme Brca mutate

Tumore al pancreas: olaparib rimborsato in Italia per forme Brca mutate
Photo by: Jan Haas/picture-alliance/dpa/AP Images

Una notizia che rischia di scomparire nel mare magnum degli aggiornamenti sulla salute, ma che farà davvero la differenza per tanti pazienti italiani. Olaparib è finalmente rimborsabile anche in Italia per il trattamento di mantenimento di pazienti con tumore al pancreas metastatico e mutazioni Brca 1 e 2. 

Il farmaco, già impiegato contro il tumore dell’ovaio e del seno, si era da tempo dimostrato utile nelle persone con cancro al pancreas portatrici della mutazione Brca – i famosi ‘geni di Angelina Jolie’ – tanto da essere stato autorizzato come terapia di mantenimento da Fda (Food and Drug Administration) ed Ema (European Medicine Agency), mentre l’Aifa finora aveva detto no.

Risultato? In Italia il farmaco era prescrivibile, ma il paziente doveva sostenerne il costo, pari a circa 4mila euro al mese. Oggi la buona notizia dall’Agenzia di via del Tritone, oltretutto contro una delle neoplasie più aggressive e difficili da curare.  Il tumore al pancreas è uno dei più difficili da trattare e complessi da diagnosticare.

Non sono disponibili esami di screening e la malattia si manifesta di solito con sintomi tardivi, quando è già diffusa. Solo il 20% dei casi è diagnosticato in fase iniziale, quando la chirurgia può ancora portare a guarigione. 

I numeri del tumore al pancreas

In Italia, sono stati stimati 13.585 nuovi casi di tumore al pancreas nel 2014: circa il 7% presenta mutazione dei geni Brca. Proprio in questa popolazione di pazienti, grazie a olaparib – nello studio Polo – è stata evidenziata una riduzione del rischio di progressione di malattia del 47%. 

Il medicinale è indicato nei pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico che non abbiano avuto progressione della malattia dopo almeno 16 settimane di una prima linea di chemioterapia a base di platino.

Il tumore al pancreas metastatico “è una delle neoplasie a prognosi più sfavorevole, caratterizzata da una diagnosi tardiva, un decorso clinico estremamente rapido e un impatto notevole sulla qualità di vita dei pazienti”, sottolinea Michele Reni, direttore dell’Oncologia medica all’Ieccs Ospedale San Raffaele di Milano, ricordando i risultati dello studio Polo. “La sopravvivenza a 3 anni è stata pari al 33,9% per olaparib rispetto al 17,8% con placebo”. 

“Polo è il primo studio che, nel carcinoma pancreatico, ha stabilito un vantaggio con un farmaco a target molecolare sulla base di una mutazione genetica”, continua Reni. 

In cerca del bersaglio giusto

Come ricorda Michele Milella, direttore dell’Oncologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, in questi anni “la ricerca scientifica si è concentrata sull’individuazione dei bersagli molecolari alla base della malattia, come i geni Brca, che aumentano il rischio di sviluppare non solo le neoplasie del seno, dell’ovaio e della prostata, ma anche del pancreas”.

I dati di uno studio indipendente italiano di real world (ovvero nella pratica clinica quotidiana, ndr), pubblicato su ‘Cancer Medicine’, hanno permesso di arrivare alla tanto attesa approvazione della rimborsabilità di olaparib. “L’indagine ha coinvolto 23 reparti di oncologia distribuiti su tutto il territorio e ha incluso 114 pazienti –  segnala Milella, prima firma del lavoro pubblicato su ‘Cancer Medicine’ – L’obiettivo dello studio era raccogliere dati real world per valutare se l’utilizzo di olaparib, sia in mantenimento in prima linea come da indicazione approvata che in linee più avanzate di terapia, fosse associato a un prolungamento significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza globale nei pazienti”.

Risultato? Nei pazienti con mutazione è stata rilevata una riduzione del rischio di morte pari al 43%. “Questi dati confermano, nella pratica clinica quotidiana, il valore del farmaco già emerso nello studio registrativo”, dice Milella.

Quello di oggi è dunque “un passo avanti decisivo nella cura di questo tumore ed evidenzia la centralità del test per le mutazioni Brca, che deve essere garantito a tutti i pazienti al momento della diagnosi”, aggiunge Reni. 

La positività al test infatti condiziona non solo la scelta della terapia, ma, a cascata, permette anche di individuare tempestivamente i familiari portatori della stessa mutazione. “Inserendoli, se necessario, in programmi di prevenzione e sorveglianza per le diverse neoplasie che possono svilupparsi in conseguenza di una mutazione dei geni Brca”, chiosa Reni.

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